ALL'OMBRA DI CASTEL DEL MONTE - ASSASSINATE FEDERICO II DI SVEVIA

 

 

INTRODUZIONE


 

 

 

Il tempo della mia mietitura fu breve

portavo pace ma fu intesa per guerra.

Federico II di Svevia

 

 

Mentre ero indaffarato a riorganizzare i testi e i documenti necessari per la stesura de La religione che uccide – Come la Chiesa devia il destino dell’umanità[1], mi imbattei per caso nella traduzione del “Testamento di Federico II di Svevia”. Con un gesto automatico, come se una mano amica l’avesse aperto per me e mi volesse guidare alla scoperta di verità nascoste, mi trovai a scorrere un capoverso di quel documento testamentario, datato 10 dicembre 1250. Lo lessi dapprima ad alta voce e poi tra me e me con ritmo spezzato, come se volessi andare oltre la forma delle parole per coglierne il messaggio occulto. C’era però ben poco da interpretare. Esso parlava in maniera chiara e semplice della restituzione di tutti i beni ecclesiastici sottratti alla Chiesa, durante le dispute belliche e politiche fra papato e impero. Anche se non ero ancora perfettamente conscio di ciò che avevo letto, come quando due pensieri si rincorrono nella mente e nessuno dei due sopravanza l’altro, ebbi come un moto automatico di rifiuto, credendo che l’autore avesse frainteso l’originale latino. Ma no, non c’era alcun errore!

Lo Svevo, in punto di morte, stabilisce letteralmente e senza alcun dubbio che “tutti i conventi e le chiese vengano reintegrati nei loro diritti e godano della consueta libertà”[2]. Ma quali diritti aveva mai usurpato Federico, dal momento che la Chiesa – casomai – si era inventato a tavolino - senza scrupolo alcuno - il suo Stato Temporale e militare, legittimando così il suo potere indiscusso sull’Impero Romano d’Occidente, in base alla Donazione di Costantino, che gli avi Normanni dello Staufen consideravano - già due secoli prima - un falso troppo evidente per essere applicato con rigore legale. In essa si annunciava che il Grande Imperatore romano avesse concesso a papa Silvestro I (morto nel 335) tutta l’Europa occidentale. È forse questo il motivo atavico che spinse il Vaticano all’odio secolare contro la famiglia degli Hohenstaufen, il cui significato simbolico ed etimologico vuol dire Supremo Calice?



[1] Edizioni Nexus, Battaglia Terme (PD), 2010.

[2] Ernst Wilhelm Wies, Federico II – Messia o Anticristo?, Genova, Ecig, 1997, 278.

 

Fig. 1: Peter Robson, L’Anello del Pendragone  che denuncia la Falsa “Donazione di Costantino”
Fig. 1: Peter Robson, L’Anello del Pendragone che denuncia la Falsa “Donazione di Costantino”

 

I primi dubbi sull’autenticità del documento furono avanzati dall’imperatore Ottone III nel X sec., mentre il primo papa che si avvalse di esso fu Leone IX (1053); solamente nel XV sec. fu però affrontata criticamente la sua evidente falsità manipolatoria da Nicola da Cusa e da Lorenzo Valla. Quest’ultimo dimostrò nel 1440, con i mezzi della linguistica e dei rudimenti storico-giuridici, che quel certificato era stato confezionato dalla cancelleria papale nell’VIII secolo e non nel IV[1]. Che inezia: quattrocento anni dopo, Costantino, forse invocato con un rito di magia nera dal papa Zaccaria (741-752), firma la costituzione dello Stato Pontificio con un atto fittizio che la storiografia ufficiale e i mezzi d’informazione di massa perlopiù preferiscono dimenticare. Che abile menzogna, avida di ricchezze, potere e volontà di conquista, che oggi ancor più anima la religione vaticana!

Il problema del Testamento federiciano incominciava così a focalizzare tutta la mia attenzione, tanto che consultai altri libri che riportassero nella versione originale quelle disposizioni così atipiche per un imperatore che era stato perseguitato, rovinato, esautorato e tradito più volte dai “santi” padri della Chiesa: “Gettatelo a terra al cospetto dei re, così che possano vederlo e temere di seguirlo nelle sue azioni! Gettatelo fuori dal santuario di Dio, cosicché non regni più sul popolo cristiano! Annientate nome e corpo, seme e progenie di questo babilonese! La misericordia possa dimenticarsi di lui (…)”.

D’altro canto, tutti quegli accesi discorsi di Federico contro il Vaticano che pensava soltanto alla cura delle ricchezze, trascurando completamente il bene delle anime, dove erano andati a finire?

 

“(…) Ma Noi non saremo né i primi né gli ultimi che gli abusi dei preti tentano di abbattere. E questo accadrà anche a voi, fintantoché ubbidirete a coloro che si fingono santi e, nella loro voracità, sperano che tutto il Giordano salga loro in bocca. (…) In verità le enormi entrate con le quali, come ben sapete, si arricchiscono dissanguando molti regni, danno loro alla testa. (…) Quanto più generosamente Voi tenderete la mano a questa sorta di poveri, tanto più avidamente essi afferreranno non solo quella, ma anche il braccio. (…)”.

 

Dopo simili affermazioni, è più che lecito farsi due domande iniziali: 1) È possibile che in punto di morte, una morte più volte augurata dai santi papi allo Stupor Mundi, ci fosse un mutamento così perentorio e repentino nei confronti dei suoi nemici giurati, i gerarchi dell’Ekklesia? 2) È umanamente pensabile che, mentre la malattia gli aggrediva il corpo e lo privava delle forze, l’Imperatore perdonasse quattro attentati alla sua persona ed alla sua famiglia, di cui si erano resi responsabili palesi, proprio i papi?

C’era tutta una parte oscura dell’intero caso che non mi convinceva affatto. Bisognava cercare altri documenti o altre fonti che potessero chiarire o quantomeno sanare quelle strane difformità e quei contrasti inspiegabili. Avevo appreso da ricerche precedenti che i delitti non sono mai perfetti e – per quanto ci si prodigasse in qualsiasi forma di occultamento – alcuni fatti accaduti, decisioni prese e sequenze di vita vissuta, se ben analizzati, potrebbero essere rivelatori di una storia tradita dai documentaristi di turno per nascondere ai posteri la verità sulla vicenda. E tuttavia, siccome la volontà distruttrice dei papi e vescovi era passata come un uragano sui lasciti sapienziali, legislativi, scientifici ed architettonici dello Stupor Mundi, non rimaneva che riandare con la mente e lo spirito a quel lontano e freddo dicembre 1250, in compagnia dell’Imperatore, mentre si recava a caccia col falcone nella capitanata pugliese tra Lucera, San Severo e le pendici dell’Appennino dauno.

 



[1] La sua dissertazione s’intitolava De falso credita et ementita Constantini donatione declamatio, con la quale si dimostrò l’illegale ingerenza del papato riguardo al Regno di Napoli, già in precedenza accampata nei confronti del cosiddetto Regno delle due Sicilie, all’epoca di Federico II di Svevia. 

 

Fig. 2: Addestramento e cura dei falchi da caccia in una miniatura tratta dal  De arte venandi cum avibus dell’Imperatore Federico II (Biblioteca Apostolica Vaticana)
Fig. 2: Addestramento e cura dei falchi da caccia in una miniatura tratta dal De arte venandi cum avibus dell’Imperatore Federico II (Biblioteca Apostolica Vaticana)

 

Appena alzato alle prime luci dell’alba, Federico fa un bagno caldo. Subito si sottopone ai sapienti massaggi del suo fido fisioterapista saraceno Abdullah. Dopodiché indossa dei vestiti pesanti per la caccia ed un mantello color porpora che lo copra dal pungente freddo invernale. Così, salta in groppa al suo cavallo Drago, il purosangue da lui preferito, mentre il falconiere Nicola gli infila il pesante guanto di cuoio su cui si posa il falco imperiale con i suoi artigli adunchi e taglienti. La testa del rapace viene ricoperta da un cappuccetto rosso, ricamato con preziosi fili d’oro. Non c’è più tempo da perdere. Si parte per la caccia.

Erano ormai trascorsi dieci giorni tra cavalcate infinite, inseguimenti silenziosi delle prede, soste vicino al fuoco e disquisizioni sulle abitudini dei rapaci, quando durante un’allegra serata, sotto lo sguardo vigile della guardia del corpo araba, s’imbandì una ricca cena a base di cacciagione per festeggiare l’arrivo di alcuni amici dell’Imperatore, venuti a salutarlo, insieme con dei messi papali che chiedevano urgentemente un colloquio con lo Staufen. In quella circostanza si gustò tra l’altro il cosiddetto “pollomangiare”, ripieno di mandorle, latte e spezie varie del cuoco Berardo, una specialità che viene servita con salsa d’aglio diluita con vino e aceto. Poi, insalate e frutta, soprattutto agrumi e uva. Ma all’improvviso, mentre tra un brindisi di buon vino pugliese ed un canto d’amore al suono del liuto, la serata volgeva tranquillamente al termine, Federico iniziò ad accusare dei forti dolori addominali che divennero sempre più intensi nel giro di pochi minuti, quasi come se un serpente velenoso gli fosse penetrato in corpo.

“Non c’è un minuto da perdere” dissero gli amici. Bisogna smontare il campo e recarsi verso un luogo confortevole e sicuro. Si propende pertanto per una domus sveva di nome Castel Fiorentino, distante appena una decina di chilometri. Ripensando però alle letture di alcuni anni addietro, devo dire onestamente che anche la decisione di condurre l’Imperatore in una località di secondaria importanza, in un momento di estrema necessità, mi aveva insospettito oltremodo.

Adesso, nuovi elementi si andavano ad aggiungere al quadro equivoco di allora, ed altri inquietanti indizi mi lasciavano ancora più perplesso. Molti interrogativi continuavano ad assillarmi: Non si narra che Federico aveva sempre evitato di entrare nelle città, il cui nome aveva a che fare col fiore, secondo l’avvertimento degli astrologi di corte che gli predissero che sarebbe morto “sub flore” (sotto il segno di un fiore)? E perché mai, allora, il volitivo e superstizioso Imperatore accetta di essere trasportato a Castel Fiorentino? E di essere addirittura deposto su un letto presso una porta di ferro (altro elemento della profezia) che gli annunciava il luogo della sua morte? E come si può continuare a raccontare, supini a una diceria manicomiale, che dopo aver saputo il nome del luogo dove lo avevano condotto sospirasse: “Ecco che è giunta dunque la mia ora”, ed entrò in agonia. Persino una persona comune, voglio dire senza potere alcuno, avrebbe evitato di farsi portare nel luogo della sventura. Figuriamoci il sovrano supremo del Sacro romano impero?! Ricordiamoci che la cosiddetta dissenteria non ci devasta il cervello, e ci permette di prendere decisioni ragionate. Le regge di Lucera e Foggia erano poco più distanti, ma presso quelle sedi – fornite di tutte le comodità – vi erano i migliori specialisti del mondo, provenienti dalla città all’avanguardia nelle cure mediche, Baghdad. 

 

Fig. 3: Portale di Castel del Monte, in realtà definita Nostra Signora del Graal  dove sono racchiusi i maggiori segreti di Federico II di Svevia
Fig. 3: Portale di Castel del Monte, in realtà definita Nostra Signora del Graal dove sono racchiusi i maggiori segreti di Federico II di Svevia

 

Sempre la fantastoria ufficiale racconta che gli amici (di chi?) gli cucinassero del cibo in bianco e delle pere cotte, secondo i rimedi della cultura popolare e contadina. Ancora i cronisti raccontano che Federico non fosse nuovo a questi malanni e per porvi rimedio si era fatto confezionare, dai suoi medici arabi, marmellate curative e foglie di violetta candite (ne parla in una lettera rivolta a Pier delle Vigne, il suo protonotaro). Perché nessuno si è mai chiesto come mai si misero in giro simili dicerie? Anche fra i testimoni oculari dell’omicidio John Kennedy, vi fu una moria inspiegabile, quasi una sorta di maledizione di Tutankhamon. E a quelle morti (una trentina) si accompagnarono sempre compiacenti diagnosi che denunciavano dei gravi problemi di salute in quelle persone, come se la malattia uccidesse per commissione.

Persino questo ripetere a vanvera una credenza tradizionale non fa che confermare a che punto siano in Italia gli studi storici. E perché mai non si pensò almeno di andare ad avvertire i medici che vivevano alla corte di Lucera a soli 23 chilometri di distanza (due ore a cavallo, al trotto, ma mezz’ora se spinto al massimo)? Troppo Hollywoodiano, troppo prevedibile. Sembra il copione di un film di terza categoria. Tra l’altro, la cosa che sconcerta di più è che lo Svevo – in questa circostanza – sia alla completa mercé delle decisioni altrui. È credibile? Lo Staufen che non dà ordini? Non fa scelte precise e autorevoli com’era nel suo carattere forte e risoluto? E addirittura, quando sente che le forze lo abbandonano sempre più, stabilisce di fare testamento. Il promulgatore delle Constitutioni Melfitane, una summa di leggi in anticipo di 5 secoli sulla società feudale di allora, non aveva già depositato un suo atto testamentario? Sta di fatto che, sempre secondo le leggende metropolitane, egli chiama a raccolta figli, parenti ed amici (c’è un lungo elenco nell’atto) e detta le ultime volontà. Si arriva così al fatidico 10 dicembre 1250, il giorno del testamento più che sospetto, per le modalità con le quali è stato redatto e soprattutto per i contenuti in palese contraddizione con le idee, le azioni politiche e militari dello Svevo. Trascorrono ancora tre giorni e lo Stupor Mundi passa a miglior vita. Addirittura l’imperatore, sentendosi in punto di morte, volle indossare il saio cistercense del quale, però, nel mausoleo di Palermo non v’è traccia. Inoltre, di quelle lunghe ed interminabili giornate, non si sa più nulla. Mi rifiuto di pensare che i parenti e gli amici più intimi dell’Imperatore siano rimasti con le mani in mano, attendendo, quasi impazientemente che il paziente tirasse le cuoia. Ancora una volta, le “riprese cinematografiche” di quei giorni presentano dei salti improvvisi e dei tagli che farebbero sospettare anche il più incallito credulone.

Continuavo allora a domandarmi quale fosse il compito dello storico: forse quello di avvalorare le menzogne che la tradizione aveva ripetuto come una vecchia litania, che a forza di essere recitata era diventata vera, comprensibile, indiscussa? Oppure era forse quello di mettere in discussione ogni evento, secondo il motto che la storia la scrivono i vincitori a loro uso e consumo?

E chi erano i vincitori di una guerra senza quartiere e senza esclusione di colpi, che aveva visto l’uso di qualsiasi mezzo, compreso l’attentato terroristico, l’avvelenamento e le malvagie campagne di discredito dell’Imperatore, che tutti i preti avevano ripetuto dai propri pulpiti, tutti i “santi” giorni in ogni canonica d’Europa? Bisognava quantomeno compiere altre ricerche più approfondite, nella speranza che saltasse fuori qualcosa che ci desse la possibilità di ritrovare una pur minima traccia per illuminare gli ultimi tragici giorni del sovrano più potente del mondo. Già l’astronomo Guido Bonatti, consigliere di Federico, aveva lanciato l’accusa di avvelenamento ai danni dello Svevo. Ma, a distanza di 760 anni da quel drammatico evento, come ricostruire le fila dell’intrigo? Come raccogliere le ultime testimonianze, disperse sotto una coltre impenetrabile di occultamenti, alterazioni e distruzioni quasi totali di documenti, palazzi e monumenti che avrebbero potuto testimoniare dell’ennesimo attentato, questa volta messo a segno dai servizi segreti vaticani?

Come appunta Eric Frattini nel suo libro L’Entità, “i potenti capi dello spionaggio pontificio presero decisioni e ordinarono, sempre in difesa della fede, operazioni segrete, assassini politici e di Stato o semplici ‘liquidazioni’ di personaggi secondari che interferivano con la politica del papa di turno o con quella di Dio in terra.

Si assassinarono re, si avvelenarono diplomatici, si appoggiarono fazioni in conflitto come prassi della diplomazia pontificia; (e in riferimento all’epoca moderna aggiunge) si chiusero gli occhi di fronte a massacri e olocausti; si finanziarono gruppi terroristici e dittatori sudamericani; si protessero criminali di guerra e si riciclò denaro della mafia; si manipolarono mercati finanziari e si provocarono fallimenti bancari; si condannarono conflitti mentre si vendevano armi: tutto questo in nome di Dio, con l’Entità come suo strumento”[1].

E, mentre da una parte si accalcavano sempre più sospetti sulla morte di Federico II di Svevia e sul suo assassinio premeditato, scellerato, calcolato, dall’altra alcune remore etico-culturali si dissolvevano in un attimo, sotto i colpi di una logica storica stringente. Avevo bisogno soltanto di qualche altra prova evidente, perché mi decidessi a denunciare uno degli omicidi più efferati della storia papale, poiché perseguito con diabolica malvagità nel corso di almeno un ventennio. Non ci sono attenuanti come accade quando si è accecati dall’ira del momento. Non qui, ben tre papi (Onorio III[2], Gregorio IX e Innocenzo IV) perseguirono senza pietà l’eliminazione fisica del loro avversario politico e dell’intera sua discendenza.

E quando sembrava ormai tutto vago e confuso, e stavo per abbandonare la lotta e la ricerca della verità, alcuni vecchi testi mi hanno soccorso in maniera decisiva, dandomi nuovo vigore. In particolare, lo studio monumentale ed ineccepibile del ricercatore tedesco Ludwig Weiland, Monumenta Germaniae Historica[3], un libro sulla storia medievale europea e risalente al 1896, mi ha fornito un quadro particolareggiato degli usi e costumi dell’epoca, ma soprattutto mi ha permesso di leggere alcuni documenti di fondamentale importanza e di cui non sospettavo neppure l’esistenza. E la prova provata non è tardata ad arrivare, soprattutto quando mi sono accinto a leggere il capitolo dedicato agli atti legali, civili e testamentari del XIII secolo. Naturalmente c’era anche il testamento di Federico II che – al contrario di ciò che affermano i vari testi quali Wies e Huillard-Bréholles – porta la data del 17 dicembre 1250: “Anno ab incarnacione eius millesimo ducentesimo quinquagesimo, die sabati, decimo septimo mensis Decembris, none indictiones”[4]. Ma lo Svevo non era già morto da quattro giorni? È inoltre credibile che stabilisse la restituzione dei legittimi possedimenti all’ordine dei Templari che aveva cercato di assassinarlo per due volte durante la Crociata incruenta dello Staufen in Terrasanta? È verosimile che egli ordinasse la riedificazione di tutte le chiese distrutte in tempo di guerra?

Inevitabile, a quel punto, il richiamo a Costantino il Grande e alla sua famosa Donazione, per la quale il sovrano era riportato in vita dalla cancelleria vaticana nel 751, affinché firmasse l’attribuzione dell’Impero Romano d’Occidente ai papi e all’Ekklesia, così, come un regalo di Natale o una sorta di originario Ottopermille che i vescovi ricevevano per i loro “buoni servigi spirituali” o perché perpetuassero l’impero romano sotto le mentite spoglie di un improbabile amore cristiano.

Dunque bisognava ricominciare tutto d’accapo, e pensare ad imprevedibili svolgimenti nella sequenza temporale e spaziale degli ultimi giorni dell’Imperatore Svevo. Un’idea fissa iniziò allora a martellarmi la testa: Era ipotizzabile che lo Staufen non fosse morto a Castel Fiorentino? Ma se non era spirato nella piccola Domus pugliese, bisognava mettere in discussione tutto ciò che ne conseguiva: il testamento, il funerale, la tumulazione nella Cattedrale di Palermo, la descrizione del corpo di Federico da parte di Francesco Daniele quando nel 1751 si decise l’apertura del sepolcro, il racconto degli oggetti regali trovati nella tomba, il globo sormontato dalla croce, il saio cistercense… È tutto falso? E perché mai oggi si parla di tre scheletri rinvenuti nel sarcofago imperiale? È immaginabile che proprio i resti dello Svevo non ci siano affatto? E perché mai le autorità competenti hanno proibito la riapertura totale della tomba nel 1994?

Nel 1998, una nuova esplorazione nel sarcofago dell’Imperatore, il cui coperchio di porfido rosso è stato alzato soltanto di 40 centimetri per introdurre le attrezzature elettroniche e le fibre ottiche delle telecamere, e fare così analisi micro ambientali, studi radiografici con tecniche innovative e microprelievi. Un software proveniente dagli USA avrebbe permesso di ricostruire il volto dello Staufen. L’allora sindaco di Palermo Leoluca Orlando ha assistito nella Cattedrale della sua città, alle operazioni d’indagine della tomba che dovrebbe contenere i resti dell’Imperatore Federico II di Svevia. Nel suo intervento, il primo cittadino ha evidenziato la grande valenza non solo scientifica, ma anche storica della ricognizione nel sepolcro di Federico II, “l’imperatore che già 800 anni fa aveva individuato nell’equilibrio tra la valenza mitteleuropea e quella mediterranea la costruzione di un’Europa di pace e prosperità”. E quali sono stati i risultati del prelievo del DNA dello Svevo, dell’esame delle ossa per poter stabilire la patologia che l’ha portato alla morte? Perché nulla trapela delle cosiddette analisi scientifiche? Hanno qualcosa da nascondere? E perché mai, ancora oggi, dopo varie promesse, nulla di fatto?

È pensabile che proprio i resti dello Staufen non ci siano?

 

LUCERA, REGGIA DI

FEDERICO II DI SVEVIA 14/4/2010

sotto i buoni auspici

della Dea della Primavera OSTARA

Anno Egizio 12.465



[1] Eric Frattini, L’Entità, Roma, Fazi Editore, 2008, 10. Per quanto riguarda massacri ed olocausti, sostegni di Pio XII al Nazismo, appoggi del Vaticano alle dittature più criminali dell’America del Sud, vedasi il mio: La Religione che uccide – Come la Chiesa devia il destino dell’umanità, Nexus Edizioni, 2010, presente nei siti internet: http://alessiodibenedetto.jimdo.com/novita-2010/ oppure http://www.macroedizioni.it/libri/la-religione-che-uccide.php come anche http://shop.nexusedizioni.it/index.php/controller/product/product_id/424 inoltre http://alessiodibenedetto.blogspot.com

[2] Il papa che si prodigò per rafforzare la crociata contro i Catari e gli Albigesi, arrivando ad un vero e proprio genocidio in Occitania, grazie all’operazione di pulizia etnica, portata a termine da Simone di Montfort contro i cristiani del sud della Francia i quali proponevano un ritorno alla povertà evangelica, tanto osteggiata dall’Ekklesia di Roma che voleva continuare a gozzovigliare nella vanità delle ricchezze e del potere temporale. Egli costrinse Federico II alla crociata in Terrasanta fin dal 1225, anche se essa si realizzò soltanto nel 1228. In cuor suo egli sperava che l’Imperatore non ne uscisse vivo, come avvenne con Federico Barbarossa, nonno dello Staufen. L’invio dei nobili cavalieri in Medio Oriente era un modo per sbarazzarsi della loro presenza in Europa, al fine d’impossessarsi dei loro territori.

[3] Hannover, 1896.

[4] Ludwig Weiland, Monumenta Germaniae Historica, Hannover, 1896, 385. Si precisa che Huillard-Bréholles riporta la data “die sabbati decimo die mensis decembris, none indictionis”.

 

Fig. 4: Stemma del casato degli Hohenstaufen
Fig. 4: Stemma del casato degli Hohenstaufen
Spada di Federico II di Svevia
Spada di Federico II di Svevia