L’AMORE COME VIA DELLA CONOSCENZA, Tristano e Isolda

Il Mito degli eterni innamorati dai Celti a Montségur

Macroedizioni, 2006

 

cap. 1. TRISTANO E ISOLDA

GLI EROI DELL’ISOLA DI MAN

 

 

 

                Richard Wagner (1813-‘83) è riuscito, quale novello Orfeo, a risalire alle fonti del Mito di Amore-Morte, liberandolo da tutte quelle incrostazioni di comodo introdotte dai potenti di turno. Buddhismo ed Eresia Catara rivivono, in modo magnifico, il loro spirito di libertà nel Tristan und Isolde (1859). Essi estraggono dalle viscere del mito una verità che ha atterrito tutta l’Ecclesia romana e le “razionalistiche” e plumbee filosofie dell’Occidente: l’Eros ci precipita nel Tempo, pertanto in una dimensione, il cui fine è la Morte fisica (Tanathos). In nome dell’Èra dell’Acquario ricordiamo alcuni fatti, ormai di dominio pubblico, ma spesso dimenticati nell’Ombra della Ragione.

                Quando gli Dèi crearono l’uomo, gli diedero in dono la morte, mentre la vita la tennero per sé. Riflettiamo per un attimo. Quale buon padre di famiglia, avendo il dono della preveggenza, direbbe mai ai suoi adorati figli: “Se mangerete quella mela, sarete condannati a soffrire, per tutta la vita, le pene dell’Inferno!”. E quale buon padre di famiglia - per questioni di potere e di vil danaro - sottrarrebbe loro la gioia di scegliere (Amor) l’altra metà, verso la quale essi si sentono attratti? Eppure furono ancora gli Dèi onnipotenti a dividere l’Androgino originario, ovvero l’Adam Kadmon, in due sessi opposti, destinati a cercarsi disperatamente nella vita terrena ed in preda a tante sofferenze inenarrabili. Ma quale “peccato”, che di “originale” non ha proprio nulla!

                Con grande onestà filosofica i Buddhisti affermano che la Creazione fu un peccato di Brahma. Anche il Cristianesimo originario, puro, cataro, affermava la stessa cosa: “desiderare che perisca il mondo, ossia che cessi l’esistenza”. (R. Wagner, da una lettera a Liszt, datata, Londra 1855). Poi venne l’Ecclesia di RomA (il contrario di AmoR) e Giordano Bruno, che gli stupidi monaci fecero perire sul rogo, mentre “sul Gange egli sarebbe stato onorato come un saggio e come un santo” (Wagner).

                Tolleranza ed onestà scientifica animano anche gli Harmonikalisti (i novelli Orfici della materia frattale) che rincalzano: “Ci fu senz’altro un elemento destabilizzante all’atto della creazione, l’elemento h = si = idrogeno”. Tolleranza ed onestà riscontriamo anche nel caso dei Catari e degli Albigesi. Musica, poesia e Cabala erano la base della loro cultura. Fiorivano filosofia, erudizione ed astronomia nella loro variopinta e calda Provenza. Le lingue ebraica, greca ed araba godevano di grandi favori ed erano studiate con entusiasmo. Commerci fiorenti con ogni razza avevano creato una società opulenta. I dittatori, però, hanno sempre guardato con sospetto l’Harmonia. Perciò i Catari furono sterminati dalla Crociata promulgata dalla Chiesa di Roma durante il XII-XIII secolo. Milioni di morti “abbrugiati vivi in Linguadoca ed in Provenza”. Perché? Perché i Catari, oltre ad essere tolleranti con Musulmani, Ebrei e con tutte le altre religioni, si permisero di trarre le conclusioni delle premesse su riportate. Il Libro di Giovanni era il loro libro sacro. Ebbene essi conclusero: se in questo mondo tutto è immane sofferenza e malvagità, esso fu creato non dal Dio buono, ma da quello malvagio. Ergo: Meglio liberarsi quanto prima da ciò che opprime ed atterrisce!

                Tutto questo è troppo evidente nell’opera wagneriana, perché schiere di storici non facessero del tutto per occultarne il vero contenuto. Eppure basta chiedersi: Perché mai Tristano morente (III atto), mentre ode che la sua Isolda lo chiama, ascendendo il pendio che la conduce al suo castello, si strappa le bende della ferita e canta “Evviva, il mio sangue! / Ch’esso scorra in letizia!”. E Lei: “Isolda è venuta / a morire fedelmente con Tristano!”. Perché la miglior cosa di questo mondo è il non esserci. Eppure la storia...

                È sempre molto difficile prendere atto che ciò che la storia ha narrato, sinanche con dovizia di particolari, è falso. Ciò che può sembrare - a tutta prima - un controsenso, acquisisce i caratteri dell’inevitabile, laddove si rifletta sul fatto che la storia la scrivono pur sempre i vincitori, dandone perciò una versione che senz’altro aggrada alle “democrazie” di turno e ai loro dittatori di passaggio. Quanti nomi di fulgidi eroi popolari furono occultati nei viscidi e maleodoranti meandri delle vicende di corte. Quante audaci imprese travisate dalla sete di potere di pochi, che però avevano dalla loro la forza dell’òro, dell’inganno e della malvagità. Anche se capitò talvolta che alcuni antichi testi obliati avessero l’ardire di tornare alla luce dalla notte dei tempi o s’affacciassero al nuovo corso della storia per reclamare la loro verità, purtuttavia essi subirono il trattamento che certi chierici, santi e timorati di dio, riservarono agli eretici: furono bruciati, come l’immensa e gloriosa biblioteca di Alessandria d’Egitto.

                In una dissertazione del Dr. Kennedy sul Critical History of Celtic Religion di Toland si afferma che “[...] Patric [san Patrizio] bruciò trecento volumi, pieni di favole e superstizioni dell’Idolatria Pagana [...]”. Quanti antichi documenti diede alle fiamme san Colombano in Irlanda! E poi, che fine hanno fatto gli annali di Scozia, The Northern Annals nel XIII secolo? Quanti manoscritti gaelici scomparvero nel XII-XIII sec. per mano degli Scandinavi? Quanti ne portò via re Edoardo dalla Scozia? L’ironia della sorte ha poi voluto che, giusto i Franco-Normanni, Goffredo di Monmouth in testa, restituissero la storia arturiana alla sua regione d’origine, la Scozia: Edimburgo, Stirling e Loch Lomond, Dumbarton, Galloway, Carlisle, oltreché Isola di Man e d’Irlanda, da dove provenivano gli Scoti. A questo punto, già da tali prime argomentazioni, credo non si possa far altro che ribadire: la storia la scrivono gl’invasori, forse proprio gli stessi che sgozzano i bambini, violentano le donne, passano a fil di spada i giovani e bruciano i vecchi, insieme con tutta la loro cultura e i loro testi sacri e profani. Resta soltanto il mito dalla parte di coloro che cercano la verità.

                Non v’è più alcun dubbio che il simbolismo mitico, che informa di sé la figura dell’eroe Tristano, è d’origine pitta e celtica. È proprio sul limitare delle varie elaborazioni romanzate che i tradimenti storici hanno dimenticato d’intervenire, lasciando libero il filo d’Arianna che conduce a Morholt, il guardiano della soglia iniziatica, oltre la quale si apre un lungo percorso, alla cui fine vi è il mistero del suono. Il riferimento è al simbolo dell’arpa celtica che si accompagna sempre alle peripezie di Tristano, arpa che diviene quindi manifestazione dell’Harmonia del Cosmo e della Natura. Essa rappresenta la musica divina che commuove popoli e regnanti, maghe e principesse. Non a caso si usa la costellazione della lira, posta nell’emisfero boreale, per esprimere i rapporti armonici presenti in astronomia, e la Tavola Rotonda ne è una rappresentazione sul piano terrestre. Sicché la figura dell’eroe si riveste dei connotati tipici di Orfeo da una parte e del Dio del Mare Manannann Mc Lir dall’altro. Quest’ultimo è il Poseidone celtico, colui che incanta (incatena e pietrifica estaticamente) con la musica proveniente dalla “Terra sotto le Acque”. Tristano va, pertanto, sempre più abbinato all’Isola della Gioia, ad Avalon ed alla sua Musica. Lì è stato istruito.

                D’altro canto egli era nato nel Lothian, regione a sud di Edimburgo, nella costa orientale della Scozia meridionale. A Man lo avevano condotto i suoi Maestri, per apprendere la saggezza e per esercitarsi, in modo appropriato, nell’uso delle armi: imparare ad estrarre la Spada dalla Roccia. L’isola del mare d’Irlanda era famosa, per questo, in tutto il mondo pitto e celtico. Lì vi era la sede del Graal, prima che le invasioni vichinghe costringessero il luogo di culto a trasferirsi a Montségur, in Linguadoca, dove se ne ha notizia nel XII sec. Qui Richard Wagner, transitando per Rennes-le-Château, fece un pellegrinaggio, e scrisse a Franz Liszt, in una lettera manoscritta datata 15.11.1857: “[...] Ho deciso d’intraprendere un viaggio che da Zurigo mi porterà a Strasburgo, da dove proseguirò per Rennes Le Château in Provenza. Infine raggiungerò il Castello di Montségur, inaccessibile bastione dei Pirenei che, dai suoi 1200 metri di quota, domina la piana della Linguadoca. [...] È per me molto importante visitare quei luoghi che, durante i secoli XII e XIII, videro la rinascita d’un misticismo libero ed intenso e d’una spiritualità intesa come amore e convivenza civile fra i popoli. Mi riferisco ai Catari, caro Franz. So bene di narrarti delle vicende che finiranno per turbare la tua suscettibilità di stampo cattolico. Confido però nel tuo profondo senso di giustizia e sulla tua fine intelligenza, affinché tu non lo consideri un attacco diretto alla tua persona, ch’io amo più d’ogni altra cosa al mondo. [...]”. Memore di quel pellegrinaggio, Wagner farà poi costruire il Tempio di Bayreuth come l’“Arca dei 13”, seguendo il modello circolare dei Santuari celtici.

 

 

 

L’Amore come via della conoscenza – Tristano e Isolda

 

 

Qui si analizza la musica che svela i segreti dell’Amore iniziatico

ed il significato esoterico degli accordi,

partendo dalla tradizione celtica per arrivare alla provenzale ed all’occitanica.

Il I capitolo inizia con queste parole: “Richard Wagner (1813-‘83) è riuscito, quale novello Orfeo, a risalire alle fonti del Mito di Amore-Morte, liberandolo da tutte quelle incrostazioni di comodo introdotte dai potenti di turno. Buddismo ed Eresia Catara rivivono in modo magnifico il loro spirito di libertà nel Tristan und Isolde (1859), fino ad estrarre dalle viscere del mito una verità che ha atterrito tutta l’Ecclesia romana e le ‘razionalistiche’ e plumbee filosofie dell’Occidente: l’Eros ci precipita nel Tempo, pertanto in una dimensione, il cui fine è la Morte fisica (Tanathos). In nome dell’Èra dell’Acquario ricordiamo alcuni fatti, fin troppo noti, ma spesso dimenticati nell’Ombra della Ragione.

             «Quando gli Dèi crearono l’uomo, gli diedero in dono la morte, mentre la vita la tennero per sé» (Gilgamesh)”.

 

 

 

cap. O. Introduzione

“WAGNER NAZISTA?

A chi giova?”

 

 

                Da più di mezzo secolo ormai, precisamente da quando il suolo italico è formalmente divenuto una repubblica, le riviste (quelle sì) razziste, e i giornali di partito hanno sempre più sparlato dell’ipotetica e mendace filiazione di alcune idee naziste dalle opere wagneriane, come se il maestro tedesco fosse la madre di tutti i mali. È ora di dire basta. Non è più possibile assistere impassibili, come un branco di pecore destinate al macello dai nuovi dittatori delle mediocrazie di turno, allo spettacolo ignobile di critici partigiani che continuano ad affermare le falsità più grevi, a suon di promozioni verso facili carriere immeritate. Wagner ha veramente a che fare col Nazismo?

                È dalla fine della II Guerra Mondiale che, in qualsiasi occasione, quei critici musicali, i quali si sentono detentori della nuova verità, continuano a ripetere le loro ignobili bugie senza mai portare una citazione al riguardo. Ma, hanno mai letto un libretto del Maestro di Lipsia? Hanno mai ascoltato una nota delle opere wagneriane?

                Pure gl’insegnanti dei licei italiani, quando spiegano a scuola il Romanticismo tedesco, Nietzsche e Schopenhauer in particolare, si riferiscono al compositore lipsiense come ad un uomo da evitare, la cui ideologia distruttiva potrebbe pervertire le menti giovanili con le sue presunte idee di sopraffazione nazifasciste. Dal momento che in tutte le opere wagneriane gli eroi cantano l’amore universale, mi chiedo: codesti critici ed insegnanti, hanno mai ascoltato o fuggevolmente letto i drammi musicali del Maestro tedesco?

                Se non l’hanno mai fatto, chiedano umilmente scusa per le loro menzogne, oppure tacciano per sempre.

                Tutte le opere wagneriane sono improntate alla cavalleria e all’onore, contro ogni forma di tradimento e d’ipocrisia, di cui si sustanzia l’epoca contemporanea. Contro questi bubboni combatte Siegfried, l’eroe solare della mitologia nordica. Dopo gli Dèi, ora è l’Eroe a compiere il ciclo cosmogonico, cercando di risalire la pericolosa china della caduta di valori, che sta portando il mondo all’autodistruzione! Nei canti dell’Edda, egli s’appella Sigurdh, discendente dalla stirpe divina dei Volsunghi. Uccide il drago Fafner (Fafnir), custode del tesoro fatato dei Nibelunghi (quanta somiglianza col mito greco delle Esperidi! Forse che anche i Greci furono antesignani del Nazismo?).

                A Siegfried spetta il compito di risvegliare dal sonno eterno (La Bella Addormentata) la valchiria Brünnhilde (Brunhild)[1], incarnazione dell’età matriarcale, avvolta nel fuoco patriarcale, il cui attributo sta a significare “colei che sceglie gli uccisi”[2]. Ella, quale maga Circe germanica, accompagna gli eroi nel Valhalla (Mondo dei “Morti”). In quel luogo, il cinghiale Saehrimnir ritorna intatto ogni mattino, dopo che lo si è consumato quale pasto sacro dei guerrieri, che divengono così immortali (Corrispondente pagano dell’eucarestia. Ma allora, pure Gesù fu antesignano del Nazismo!). La stessa Walkiria s’oppone alla decadenza della civiltà, all’avido sfruttamento (senza criterio se non quello del profitto, senza Harmonia, con odio e disperazione) delle ricchezze della Madre Terra. Brunhild (simile a Prometeo), per un estremo atto d’amore verso la salvezza del prode guerriero Siegmund (genitore di Siegfried), condannato a morte dal gran Consiglio degli Dèi falsi e bugiardi, disubbidisce invano al padre Wotan che - per punizione - la fa cadere addormentata su una rupe, prigioniera del Dio del fuoco Loge. Sarà risvegliata proprio dall’eroe senza paura Siegfried (“Pace nella vittoria”), colui che ristabilisce l’Harmonia fra Sole (maschio) e Femmina (Luna). Brünnhilde, in simile contesto, rappresenta colei che conduce agl’inferi, colei che svela la linea sinistra del Cuore, contro ogni calcolo razionale privo d’Amore. È la dea cinghiale, proveniente dal Regno della Notte, ove domina Harmonia fra Luce e Tenebra, tra Cuore e Ragione, fra Uomo e Natura. La brama di potere dei Ghibicunghi, però, uccide l’eroe, simbolo del campione che è in ognuno di noi, ma di cui ben presto ci sbarazziamo in nome dell’òro e del potere.

                Quante volte ho letto del razzismo (razza superiore), che sarebbe implicito nei legami endogamici, tra appartenenti alla stessa tribù, nelle saghe nordiche. Da qui sarebbe discesa l’idea della “razza ariana”, base ideologica della Hitler-Jugend, nonché delle SS.? Quanta ignoranza e quanta falsità in simili affermazioni! Le leggi matriarcali (antitetico al patriarcato nazionalsocialista) stabilivano che la discendenza matrilineare fosse essenziale per il diritto ereditario. Solo il figlio della regina diveniva pertanto re. L’unica discendenza di re avente diritto dinastico era quella nata dall’accoppiamento del sovrano con sua sorella (si pensi a Mordred, figlio di Re Artù e di Morgana).

                Ciononostante, qualcuno ha tirato in ballo la storia della fantomatica razza ariana, di cui si narrerebbe l’origine ancestrale nei libretti wagneriani. Quanta stupida credulità da allegre comari. A chi giova?

                Eppure Wagner non ha mai menzionato, nei suoi numerosissimi scritti teorici una simile discendenza. Si adduce quale prova la nascita degli eroi e degli eletti dall’accoppiamento di consanguinei. In tal modo, però, si commettono errori gravissimi sia mitici sia ideologici, frutti solo dell’aberrante mente scientista. La civiltà celtica prima e trobadorica poi, cantate dal Maestro tedesco, seguono la cultura matrilineare[3]. L’incesto dolcissimo fra Siegmund e Sieglinde, di cui narra La Valchiria, non va perciò considerato, secondo l’ottica patriarcale o, peggio ancora, ebreo-cattolica. Un fatto del genere non era né peccato, né contro le leggi sociali. Nell’isola di Man (Mare d’Irlanda), l’eugenetica delle profetesse graaliche si basava non solo sullo studio degli astri e sulla numerologia sacra, ma soprattutto sull’ereditarietà delle caratteristiche psicofisiche. La finalità consisteva nel riprodurre bellezza, forza ed intelligenza, per mezzo dell’accoppiamento di consanguinei con quelle caratteristiche ereditarie. Ma questo valeva solo per i discendenti regali. E quelle proprietà, tipiche degli Eletti Lohengrin, Tristan, Isolde, Brünnhilde, Siegfried e Parsifal, dovevano essere poste al servizio degl’indifesi. (Questo si chiama Messianesimo, e credo sia del tutto antitetico a qualsiasi dittatura nazistaliniana!). D’altro canto, nei miti, i coniugi celesti sono perlopiù fratello e sorella: Iside ed Osiride, Cronos e Rhea, Cuchulainn e Deichtire, Dagda e Brigit, Horus ed Iside, Inanna e Tammuz, Era e Zeus, Zeus e Persefone, Gea ed Urano, Cèo e Febèa e così via. D’altronde, la regina poteva avere più figlie, nate da padri diversi, le quali prendevano lo stesso nome della madre. Pertanto, smettiamola di discorrere di superuomo[4] o di super razza. Non infanghiamo con i nostri intrighi le chiare mitologie nordiche. In esse, la menzogna era il peccato più grave e la punizione, perciò, consisteva nella morte. In tali comunità, la preponderanza della gestione tribale, da parte della donna, creava parentele inesistenti nella cultura patriarcale, parentele che è fuor di luogo giudicare dal punto di vista moralistico odierno!

                Brünnhilde e Siegmund, padre di Siegfried, sono sorella e fratello. L’eroe sposerà pertanto sua zia e madre universale o spirituale, dopo averla risvegliata sulla rupe avvolta dalle fiamme. Anche Sieglinde, madre umana dell’eroe, è sorella di Siegmund. Del resto, ogni volta che nasce un eroe, i genitori sono solo “rappresentanti umani di simboli cosmici” (Carl G. Jung, La libido, simboli e trasformazioni, trad. it. G. Mancuso, Roma, Newton Compton, 1993, 313).

                Alla domanda del “perché la nascita di un eroe debba sempre avvenire in circostanze simboliche tanto singolari”, Jung risponde: “l’eroe non nasce semplicemente come un comune mortale; la sua nascita avviene secondo le misteriose cerimonie di una rinascita dalla madre-sposa. Di qui deriva [...] il motivo delle due madri. [...] Spesso l’eroe viene esposto e quindi sistemato presso genitori adottivi. In questo modo egli arriva ad avere due madri. [...]

                La separazione dalla madre o la sua morte improvvisa fa parte del mito dell’eroe. [...] Si usa la madre solo per ri-generarsi. [...]

                Egli è un eroe perché colei che è gravida di lui fu già una volta sua madre; in altri termini: è un eroe chi è capace di ri-generarsi attraverso sua madre”. (Idem, 285-6)

                D’altro canto, anche nei miti mediterranei, i coniugi celesti sono perlopiù consanguinei.

                Brünnhilde si configura, perciò, nella saga nibelungica, quale madre spirituale dell’eroe solare e l’altra parte dell’eroe stesso (Androginia)[5], che ha il compito di ricondurre l’umanità all’epoca dell’Età dell’òro quando uomini, natura ed animali erano tutt’Uno e vivevano in eterna Harmonia. Dopo aver superate le prove iniziatiche, il valoroso sarà tradito ad opera della codardia e della scelleratezza dei cortigiani Ghibicunghi. Contro di essa, Siegfried morente scaglierà la sua maledizione. Il poeta romantico Hebbel ci racconta così l’episodio:

                “Di Sigfrido siete voi liberati; ma sappiatelo: in lui avete ucciso voi stessi. Chi si fiderà ancora di voi? [...]

                Poiché tutto è per voi perduto, l’onore, la gloria, la nobiltà; tutto perduto, come me. Al delitto non è posta misura né mèta. Il braccio può trafiggere persino il cuore, ma, certo, è la sua ultima impresa”[6]. Strane parole premonitrici!

                Per fortuna, o grazie agli Dèi, durante la seconda guerra mondiale i bombardieri alleati, ogni volta che avevano il compito di distruggere il Teatro wagneriano a Bayreuth, nella bassa Baviera, lo scambiavano sempre per una fabbrica di birra e lo lasciavano illeso.

                Oppure è meglio chiedersi se quegli stessi piloti compresero quanto assurdo fosse il fine di quelle bombe? “Distruggere il centro ideologico del Nazismo!”. E l’arte? E la storia? E la memoria? Sarebbe come dire che bisogna distruggere la cattedrale di San Pietro, in Roma, perché Innocenzo III ordinò, la Crociata contro gli Albigesi (o Catari)[7] in Linguadoca nel 1209, a causa della quale - fino al 1244 - furono passati a fil di spada o bruciati sui roghi della Santa Inquisizione, inventata da quel santo di Domenico di Guzman, milioni di persone (forse proprio sei milioni). Eppure non se ne parla mai! Pudore, oppure il silenzio giova a qualcuno?

                Perché non andiamo a rileggere quello che si dice nel Deuteronomio della Sacra Bibbia? Perché, quando si eseguono autori russi del Novecento, non si discute del libro nero del Comunismo e dei quaranta milioni di compagni fatti assassinare da Stalin? Perché tanta omertà. A chi giova?

                Dopo i volti umani e persin amichevoli degli Dèi pagani e degli Spiriti della Terra, qualcuno volle che si passasse al Dio unico, il quale riguarda un solo popolo. Strano nepotismo creativo. Non ho mai pensato che le divinità creassero a comando, e solo dove gli faceva più comodo. In quell’epoca storica (3.000 a. C.), la decadenza fu totale, giacché si passò da un Pantheon perlopiù democratico-matriarcale (il paganesimo tollerante con ogni altra credenza), all’arconte arrogante Yeovah, un’unica maschera grottesca della dittatura mitica. Tale travestimento assurdo dell’horror vacui ha avuto l’ardire di affermare e d’imporre l’esistenza d’una sola maschera divina, espressione di un unico popolo e finalizzata alla potenza di sopraffazione di un’unica razza: tutti gli altri simboli dovevano essere distrutti. Tutti gli altri popoli bisognava votarli allo sterminio “come il Signore tuo Dio ti ha comandato di fare” (Deuteronomio, 6: 10), “passando a fil di spada ogni essere [...], dall’uomo alla donna, dal giovane al vecchio e perfino i buoi, gli arieti e gli asini [...]” (Giosuè, 6: 21-24). Allora ebbe inizio la più virulenta decadenza non solo del mito, ma dell’intera umanità e di tutta la civiltà occidentale, giacché i personaggi archetipici conformano il nostro DNA, costituiscono l’insieme delle informazioni presenti nel nostro Spirito. Chiediamoci allora: perché si permette che più di 40 milioni di copie della Sacra Bibbia circolino - a tutt’oggi - tra le mani dei fedeli con simili inviti allo sterminio dei fratelli delle altre religioni? Questo è razzismo politico, ideologico, sociale e quant’altro. A chi giova?

                Siccome l’Occidente è carente, per quanto riguarda la concezione globale ed olistica del mondo, basa tutta la sua affermazione sulla forza e non sull’annullamento del sé e sulla rinuncia, come nelle civiltà orientali. E la radice principale del male risiede nell’Antico Testamento. Una scrittrice francese d’origine ebraica, Simone Weil (1909-1943), afferma che: “La cristianità è diventata totalitaria, conquistatrice, sterminatrice, perché non ha sviluppato la nozione dell’assenza e della non-azione di Dio quaggiù. Si è attaccata a Yahweh così come al Cristo, ha concepito la Provvidenza alla maniera dell’Antico Testamento. Solo Israele poteva resistere a Roma, perché le rassomigliava, e così il cristianesimo nascente portava la macchia romana ancora prima di diventare la religione ufficiale dell’Impero”. (S. Weil, I Catari e la civiltà mediterranea, trad. it. G. Gaeta, Marietti, Genova, 1997, 78).

                Weil, nei suoi scritti, auspica una società non più dominata da religioni dogmatiche o repressive e propone una nuova cultura basata sul libero pensiero e non sulla menzogna accademica che domina adesso. Tra i suoi scritti, pubblicati postumi, dopo la seconda guerra mondiale, si ricordano La prima radice, trad. it. Milano, 1954 e La Grecia e le intuizioni precristiane, Torino, 1967.

                L’intera mitologia celtica, che serpeggia nella Tetralogia o Der Ring des Nibelungen, è la condanna del tecnocrate della materia Alberich, il quale maledice l’Amore, in nome del potere. La decadenza umana di ieri e di oggi è causata dalla volontà d’arricchimento e di possesso, di cui pure gli Dèi si macchiarono. Gli Eletti, che hanno il compito d’opporsi a simile caduta gravitazionale, saranno vittime dei tradimenti più turpi, sempre a causa dei detentori del potere. Lo stadio finale di un mondo governato dal male sarà la distruzione totale. Soltanto allora, l’Oro del Reno, simbolo di purezza, giacerà di nuovo nel suo alveo, e le Tre Fanciulle che lo custodiscono potranno tornare a tessere le fila del destino umano, un destino diverso nel quale odio e menzogna non avranno più spazio, e la Nuova Unità riconfluirà nella Mente Universale!

                L’essenza delle divinità primordiali si sustanzia nella libertà spirituale dalla quale scaturisce: è religione senza chierici, rito senza chiese, gioia di conoscenza senza dogmi. È pertanto fede nell’uomo risvegliato e nelle sue capacità interiori, senza l’apparato burocratico dei partiti chiesastici, degli ecclesiastici e dei dogmi, i quali creano inevitabilmente la Terra deserta dello Spirito, laddove gli “officianti” si ergono ad eroi dell’umanità, senza averne né diritto, né capacità, né volontà.

                Similmente ad ogni tradizione orale, l’epopea mitologica[8] enuncia la manifestazione più tipica del gruppo cultuale al quale appartiene. Il contenuto simbolico ne esprime il sistema di valori da perseguire mediante pratiche iniziatiche e mistiche, le quali richiedevano anni di apprendistato. La tensione, da parte degli adepti, era dunque costante e non immune da “cadute”, le quali ricacciavano l’eroe e l’eroina a stadi precedenti all’ambita meta finale: la suprema illuminazione, il ritorno all’Uno (Il Graal). Per i seguaci, il mito ritualizzato rappresentava - e rappresenta tuttora - una speranza, un modello, una via da percorrere. In tal senso il contenuto del mito si prefigurava in un insieme di valori morali, espressione dell’Harmonia fra Uomo e Natura (rispetto assoluto dell’ecosistema), valori morali che davano vigore, coesione, fiducia e potenza creativa al gruppo sociale d’appartenenza.

                Di conseguenza è facile comprendere la triste condizione venutasi a creare fin dalla seconda metà del XX secolo. In quest’epoca, i nuovi barbari della materia e della tecnocrazia finalizzate a se stesse hanno sempre più distrutto ogni traccia di icone e contenuti mitici, sostituendoli con l’estetica del brutto, dell’orrido e del falso, in altre parole, con l’estetica della moda, a vantaggio solo delle multinazionali globalizzate. Demitizzazione era ed è la parola d’ordine del pensiero razionalistico ufficiale che ha scambiato i titoli altisonanti degli eruditi di stato per sapienza perfetta. Quanta menzogna, vanagloria ed illibertà nell’oleografia del cosiddetto regime democratico, che più giusto sarebbe denominare - con un eufemismo - mediocratico, ovverosia un governo basato sul comando dei mediocri, che dalla loro hanno solo la forza dell’òro e della corruzione. Madre Natura però si sta vendicando. L’andazzo lucroso di tutti coloro i quali credono soltanto a ciò che appare dura e appetitosa materia da ficcare fino alla nausea nel proprio stomaco (Alberich per l’appunto e tutto il suo regno di Nibelheim) si rivolterà contro gli stessi tecnocrati che hanno rinunziato allo spirito, all’anima, al sentimento, al cuore, nonché all’Harmonia universale... A chi giova?

                Wagner “il Nazista” - nel Rheingold - fa esclamare all’orripilante nano Alberich, prototipo ancestrale dell’attuale manager globalizzato (un altro nano, Froncino è figura paradigmatica pure nella leggenda d’Isolda e Tristano), orribili parole premonitrici che promanano dall’Urgeist, ossia dallo spirito primordiale. Ciononostante, tale archetipo mitico possedeva ancora in Alberich una pallida coscienza della colpa, oggi tramutatasi nell’arida logica del profitto finalizzato a se stesso (quantità senza qualità):

 

“Come io ho rinunziato all’amore,

tutto che vive

a quello dovrà rinunziare!

Dall’oro adescati,

d’oro soltanto dovrete ancora aver brama! [...]

Guardatevi!

Guardatevi!

Poiché servirete voi, uomini,

primi al mio potere [...]”[9].

 

Il peccato d’oblio, in questi casi, è un peccato “mortale e letale”: Ciò che è diviso è disumano e privo di Amor. L’evidenza di siffatta uguaglianza (divisione = disumanità), sfugge all’impressione ed all’analisi superficiale. Il giovane Wagner, preveggente, propose altresì una soluzione al lento crepuscolo della civiltà occidentale, nel suo saggio “La Rivoluzione”; costei, quasi sorta di personificazione divina, esclama, rivolgendosi al giovane eroe d’ogni epoca e nazione:

                “Te infelice! Solleva lo sguardo, guarda lassù, sulle colline: a migliaia si sono raccolti pieni di gioiosa impazienza nell’attesa del nuovo sole! Guardali, sono i tuoi fratelli e le tue sorelle, sono le schiere dei poveri e dei diseredati, di coloro che nella vita non han conosciuto che dolore, di coloro che sono stati stranieri in questa terra della gioia. [...]

                «[Io-La Rivoluzione] sono la vita che eternamente ridà giovinezza [...].

                Voglio rovesciare il dominio del singolo sugli altri, dei morti sui vivi, della materia sullo spirito; voglio spezzare l’autorità dei potenti, della legge e della proprietà. La volontà del singolo sia signora dell’uomo, il suo piacere la sua unica legge, la sua forza tutta la sua proprietà, giacché di sacro non v’è che l’uomo libero e niente esiste al di sopra di lui!”.

                “Voglio rovesciare l’ordine costituito delle cose che divide l’umanità, che è unica, in popoli nemici, in potenti e deboli, in chi ha diritti e in chi non ne ha, in ricchi e poveri, perché questo ordine rende tutti infelici.

                Voglio rovesciare questo ordine di cose che divora le energie degli uomini al servizio del dominio dell’inorganico, della materia senza vita, che mantiene la metà degli uomini nell’inoperosità o in attività inutili costringendoli a dedicare la loro vigorosa giovinezza alla conservazione di queste abiette condizioni con lo svolgere un’attività oziosa come soldati, funzionari, speculatori e fabbricanti di danaro». [...]

                Guardate, la gran moltitudine lassù sulle colline. [...]

                In estasi divina balzan sù da terra, ma non sono più i poveri, gli affamati, ripiegati su se stessi dalla sofferenza: orgogliosi elevan la persona in tutta la sua altezza [...] e levando al cielo il grido ‘sono un uomo!’ si slanciano a milioni - la rivoluzione vivente, l’uomo fatto Dio - giù per le valli e per le pianure e annunciano al mondo intero il nuovo vangelo della felicità”[10].

                Invece, oggi, si persegue senza sosta la distruzione del pensiero analogico e mitico in nome del dogma razionalistico cartesiano. È questo lo scopo massificante della nostra epoca basato sul programma computerizzato MATRIX: specializzare, separare, dividere, alienare, terrorizzare e distruggere, in nome solo del profitto, che alla fine nessuno si godrà più! A chi giova?

                L’Harmonia, l’analogia, l’affinità meditativa che animavano la magia visionaria, presente nelle civiltà cultuali delle Madri Universali (Matriarcato), sono spacciate per ciarlatanerie aneddotiche o per sacrileghi atti indirizzati contro l’incolumità di tutte le chiese rivelate, materializzate e persin quotate in borsa. Eppure ci fu una folta schiera di pensatori che operarono le maggiori scoperte, anche nel campo del mondo materico, seguendo il pensiero analogico[11]. Ricordiamone qualcuno: Pitagora, Copernico, Giordano Bruno, Leonardo da Vinci, Keplero, Jakob Böhme, Gregorio Comanini, Giuseppe Arcimboldo, Athanasius Kircher, Louis-Bertrand Castel, Newton, Thimus, Kayser, Ernest Grétry, Karl von Eckartshausen, Friedrich Schelling, Freiherr Novalis, Ludwig Tieck, Theodor Amadeus Hoffmann, Honoré de Balzac, Gérard de Nerval, Richard Wagner, Dante Gabriele Rossetti, Arthur Rimbaud, Charles Baudelaire, Eugène Delacroix, E. Allan Poe, Oscar Wilde, Claude Debussy, Georges-Pierre Seurat, Johannes Itten, i simbolisti russi[12], William Butler Yeats, Vassili Kandinski, Rimski-Korsakov, Josef Mathias Hauer, Cyril Scott, H. P. Blavatsky, Rudolf Steiner, Pavel Florenski, Albert Einstein, Heisenberg, Mandelbrot, Capra, Hugo Ball, Ken Russel, Steven Spielberg...? Alcune eccezioni che confermerebbero la regola? Risposta perfettamente “razionalistica”, purtroppo!

                E che dire dell’opera specificamente dedicata all’amore, ossia Tristan und Isolde? I nostri eroi provengono dal regno della Notte ove domina indisturbata Harmonia. Essi, mediante l’Amor, vogliono perdersi l’uno nell’altra per ricostituire l’Androgino originario, affinché non vi siano più costrizioni di nessun genere, e l’amore ridivenga campo gravitazionale dettato solo dalle leggi cosmiche della vibrazione Uni-versale. Come nella credenza buddista, Tristano ed Isolda, dopo che si rendono conto che, nel nostro universo materiale, è tutta apparenza e falsità (Maya), decidono di mettere in pratica il suicidio rituale tipico delle tradizioni celtiche. Spariranno così per sempre da questa dimensione, per inoltrarsi negli universi paralleli che vibrano a livelli superiori di coscienza e d’anima. Dopo che Tristano si è strappato le bende della ferita mortale, ed inizia ad udire la luce (v. 2145), Isolda canta, mentre ode la melodia dell’Universo: “Queste armonie più chiare / che mi circondano, / sono forse onde / di miti aure?” (vv. 2323-26). Infine avviene la riunione con l’Assoluto, con la Divinità Primeva, di cui i nostri idoli terreni monoteisti non sono che pallide e false rappresentazioni: “Nell’ondeggiante oceano / nell’armonia sonora, / del respiro del mondo / nell’alitante Tutto... / naufragare, / affondare... / inconsapevolmente... / suprema letizia!” (vv. 2337-44).

                E che dire delle idealità rituali ed iniziatiche contenute nell’ultima opera wagneriana Parsifal? L’eroe va alla ricerca del Graal e quando l’avrà trovato scoprirà che la Coppa Aurea è il simbolo per l’unificazione di tutte le religioni del mondo, in nome della fratellanza universale. Prima, però, egli stesso deve rendersi conto che siamo prigionieri dei vortici energetici freddi della materia, per poi acquisire la consapevolezza della nostra discendenza divina (vortici incandescenti del DNA cosmico). Così potrà redimere e trasfigurare il creato.

                Anche in ciò che oggi va sotto il nome altisonante di Sociologia, Wagner ha espresso delle idee inequivocabili ed inconfutabili, quasi premonitrici di quell’andazzo mostruoso che accade oggi, non solo nel campo della moda, ma in tutti i settori commerciali. Il Maestro, così s’esprimeva, già centocinquant’anni fa:

                “La moda è lo stimolante artificiale che suscita un bisogno innaturale, là dove il naturale è assente. (...) La moda è la tirannia più inaudita, più insensata che mai sia scaturita dalla stoltezza dell’essere umano: impone al vero bisogno (quello spirituale) la negazione assoluta di se stesso in favore d’un bisogno immaginario; costringe il senso della bellezza, connaturato con l’uomo, ad adorare il brutto; gli uccide la salute per dargli il gusto della malattia. In tal modo si capovolgono tutti i valori che la tradizione ci ha tramandato, ingenerando uno stato di assoluta follia collettiva. E dove la follia prende il posto della verità, è giocoforza che questa debba essere ritenuta una follia.

                La natura della moda è infatti la monotonia più assoluta. (...)

                L’inventare della moda è perciò solo meccanico.

                L’artistico segue il cammino nettamente opposto. (...) Ecco perché il bisogno dell’arte non può sussistere dove la moda è il potere legislativo della vita”.

                La via d’uscita da questo vicolo cieco consiste nella “rinuncia alla comunità moderna, aggregato di arbitrari egoismi, per appagarsi nella solitaria comunità di se stesso con l’umanità dell’avvenire”. Soltanto percorrendo la strada della ricerca solitaria si potrà pervenire alla conoscenza illuminata del Sole, da soli.

                Qualsiasi commento sminuirebbe l’assunto. Meglio sarebbe ri-leggere e ri-flettere ed operare per una ri-generazione e per una vera e pura ri-nascenza.

                Di solito i dittatori di turno adottano tre strategie nei confronti di linee di pensiero che infastidiscono l’ideologia dominante del Profitto, basata sull’arricchimento a tutti i costi. Ignorare completamente le nuove idee, nasconderle dietro paraventi tabù, oppure perseguitarle. Siccome il musicista tedesco risulta inattaccabile ad un’analisi serrata, condotta sulle sue opere, bisognava creare degli ostacoli e dei pregiudizi invalicabili, in modo tale che si provasse orrore nei confronti di una loro ipotetica lettura. Risultato? Mistificazione totale. A chi giova? Lo scopo è quello di creare ad arte un’altra realtà parallela, per evitare i messaggi rivoluzionari del Wagner vero: libertà di pensiero e di religione, d’arte e di dramma musicale.

                Continuare perciò ad affermare che Wagner, templare e rosacrociano, sia un antesignano del Nazismo, sarebbe come sostenere che nell’insegnamento del Cristo siano compresi ed anticipati i roghi medievali dell’Inquisizione cattolica, contro i cosiddetti eretici in Europa ed in America del sud. Dimentichiamo così che l’uomo politico, nella sua orripilante visione partitocratica del mondo, sarebbe disposto a sfruttare, per i suoi loschi fini personali, anche l’immagine della Semprevergine Maria, pur di creare un’accondiscendenza nei suoi confronti, oppure un rifiuto pregiudiziale ed aprioristico verso ciò che egli ritiene pericoloso per i suoi intrallazzi, i quali abbisognano del plagio culturale più totale delle masse umane. Di qui le azioni repressive contro artisti che hanno indicato il modo per ingenerare la libertà di pensiero e l’eretica via che dischiude la verità della storia, sempre travisata dai vincitori.

                A questo punto, però, le domande si fanno sempre più serrate ed inquietanti. A chi giova? Perché tanto accanimento per sviare le attenzioni degli ascoltatori? Come mai, invece di discutere degli ipotetici pericoli, non si parla dei contenuti veri? Sono questi, tanto destabilizzanti per l’attuale sistema politico e religioso? Che cos’è che costringe gli ex ministri dei Beni Culturali a preferire una partita di calcio all’inaugurazione della Scala con un’opera di Wagner? È forse un complotto internazionale? Chi muove le fila di un odio atavico, contro opere il cui significato è un palese arricchimento del sentimento, della saggezza e della conoscenza del Mondo?

                Inoltre, Richard Wagner, il più osannato dei compositori di tutta la storia della musica[13], muore a Venezia nel 1883, mentre Hitler conquista definitivamente il potere - con regolari votazioni - nel 1933. Cinquant’anni di scarto che non giustificano affatto né una filiazione diretta, né un’influenza a largo raggio. Portiamo però alcune prove a sostegno della nostra tesi, al contrario di ciò che fanno i democratici critici della nostra repubblica. In questa sede gli esempi sono ridotti al minimo e seguono criteri del tutto personali. Essi sono, però, il paradigma di un contenuto sempre ricorrente nei drammi musicali wagneriani: l’amore, la comprensione, la tolleranza, la compassione e la redenzione. E tali sentimenti non sono affatto compatibili con il potere, il denaro, l’odio e la sopraffazione praticati nel nostro sistema sociopolitico.

                Ricordiamo che Richard Wagner, aveva deciso di scrivere un’opera sul Cristo. Nell’abbozzo poetico, che porta il titolo Gesù di Nazareth, risalente al 1849, il musicista, ricalcando la storia matriarcale degli adoratori d’Iside, presenta Maria Maddalena quale veggente e profetessa, la preferita dal Messia, poiché l’unica a comprendere il significato e la volontà di “morte” del Cristo, nonché la sua susseguente trasfigurazione. Durante il XIX secolo, solo un rosacrociano e templare poteva sapere simili aspetti di Gesù e della sua compagna Maria Maddalena! Ella conosce i segreti della redenzione, ottenibile - secondo Wagner - soltanto per mezzo del Graal, del quale lo stesso Salvatore ha bisogno, sì come suona il canto finale del Parsifal: “Redenzione al Redentore”.

                In base alla tradizione gnostica, esseno-ellenistica - quella di Giuseppe, Maria e Gesù, come anche di suo fratello Giacomo e di Maria di Magdala - l’attività sacerdotale della donna era fondamentale. La legge sadducea - invece - alla quale s’ispirava l’ala conservatrice della vecchia tradizione ebraica, proibiva alle donne, nella maniera più assoluta, d’avere funzioni profetiche ed apostoliche. Il Cristo, perciò, si trovò in contrasto con i sacerdoti del Tempio di Gerusalemme. Affinché s’affermasse la linea maschilista ebraico-romana, Maria Maddalena doveva essere screditata. I suoi “trascorsi da prostituta”, cui alludono i Vangeli ufficiali, facevano proprio all’uopo. Non importa se furono del tutto inventati dai primi ed ipocriti vescovi romani e poi riconfermati e rafforzati dai loro illustri discendenti al Soglio di Pietro!

                Dal canto suo, invece, il Vangelo Gnostico di Filippo, trovato a Nag Hammadi, descrive Maria di Magdala come la Donna che conosceva Tutto. Ella è maestra, iniziata della Dea Iside: “(...) la consorte di Cristo. Il signore amava Maria più di tutti i discepoli e la baciava spesso sulla bocca. Gli altri discepoli, allora, seccati gli dissero: ‘perché ami lei più di noi?’. Il Salvatore rispose e disse loro: ‘perché non amo voi tutti come amo lei?’”. (Cit. in: M. Bizzarri e F. Scurria, Sulle tracce del Graal, Roma, Mediterranee, 109).

                Dopo i suoi trascorsi anarchici a fianco di Bakunin, durante i moti di Dresda del 1848, per i quali Wagner fu esiliato a vita dalla sua patria, il Maestro aderì allo “Junges Deutschland”, al quale apparteneva pure l’amico fraterno Franz Liszt, massone dichiarato e sostenitore della fratellanza fra i popoli d’ogni religione. Già in Die Sarazenin il lipsiense pensò di seguire simili idee, che confluiranno nel più sublime dei capolavori, Tristan und Isolde, ultimato dieci anni più tardi e che analizzeremo più avanti.

                Interessandosi alla storia di Federico II di Hohenstaufen, Wagner concepì un libretto intitolato La Saracena[14] sulla vita di Manfredi, figlio dell’imperatore normanno. L’opera non fu mai musicata. Sono importanti, però, gli appunti di studio che il compositore scrisse al riguardo. Essi non lasciano adito ad alcun dubbio circa le sue idee universalistiche che tendevano a superare le “barriere nazionali”, in nome del “puro umano” goethiano:

                “Già allora ero felice di scoprire nello spirito tedesco la tendenza a spezzare gli stretti confini delle nazionalità per spaziare in quelli più ampi dell’umanità, qualunque sia l’aspetto sotto cui essa si presenti; attitudine che, a mio avviso, rendeva lo spirito tedesco affine a quello greco.

                Federico II mi sembrò il prodotto più perfetto di tale disposizione: il biondo tedesco d’antico ceppo svevo, erede del regno normanno germanico. Egli aveva dato alla lingua italiana il suo primo splendore di cultura, aveva gettato le basi dello sviluppo delle scienze e delle arti là dove il fanatismo della Chiesa e la barbarie feudale s’erano trovati di fronte, aveva accolto alla sua Corte i poeti e i saggi dei paesi orientali, riunendo attorno a sé le bellezze dello spirito e della vita dei popoli arabi[15] e persiani, aveva chiuso la sua crociata con un trattato di pace e d’amicizia con il sultano, trattato che dava ai cristiani della Palestina maggiori vantaggi che non la più sanguinosa delle guerre, ma che nello stesso tempo, aveva attirato sulla sua testa le folgori del clero romano, dal quale era poi stato tradito e consegnato agli infedeli. Questo meraviglioso imperatore scomunicato dalla Chiesa, il quale lottò invano contro la rabbiosa meschinità del suo secolo, personificava ai miei occhi tutto il valore e tutta l’intelligenza[16].

                Altro pericolo estremo, costituito dal pensiero eretico wagneriano, era ed è rappresentato dalla sua ammirazione nei confronti del mondo buddista (ricordiamo che il cognato di Richard, Hermann Brockhaus, fu studioso di sanscrito). Più di venti testi di sapienza indù figuravano nella biblioteca del musicista, fra i quali ricordiamo: Mahabharata (Epopea nazionale), Ramayana (Epopea artistica), Rigveda (il più antico monumento spiritualità aria), Bhagavadgita (episodio filosofico del Mahabharata), Upanishad (redazione dello Ouppnekhat), Indische Sagen (di Holtzmann).

                Sotto l’influenza della lettura de Il Mondo come volontà e rappresentazione di Arthur Schopenhauer, il filosofo di Danzica con dichiarata derivazione indù, ignorato dalla cultura accademica, tanto che Wagner arrivò a vergognarsi di essere tedesco, il compositore scrisse una lettera da Londra (datata 7/6/1855) all’amico fraterno Liszt. In essa il Maestro esprime le idee più recondite del suo cuore, conformati in simboli esoterici nei suoi drammi, il cui significato è ancora una volta l’invito a liberarsi dall’attaccamento alle cose terrene e dall’inganno della Matrice Illusoria della realtà materiale. Ebbene, la vita terrena, con tutte le sue parvenze ingannatrici, ha per Wagner un solo scopo, quella del raggiungimento della redenzione, altrimenti è del tutto inutile. E l’arte appare l’unica motivazione che lo tiene legato a quest’esistenza.

                Più avanti nella missiva, Wagner, dopo aver menzionato la Dante Symphonie di Liszt, ancora in fase di composizione, prosegue con altre osservazioni, riguardanti l’eliminazione della volontà di vita, e dunque il bramato ritorno all’increato (Antimateria), nel seno della Gran Dea Universale. Tra le righe traspare la visione della Santa Sophia, rivelatagli dalla Divina Commedia dantesca, allorché il poema s’inoltra nelle magiche sfere del Paradiso:

                “(...) Salii di gradino in gradino, estinsi una passione dopo l’altra, domai l’istinto della vita, finché giunto da ultimo dinanzi al fuoco, abbandonai l’ultimo desiderio dell’esistenza, mi precipitai in quell’ardore, gettai lungi da me tutto quanto mi è personale, immerso nella contemplazione di Beatrice”[17].

                Lo gnosticismo wagneriano, che fa tutt’uno con l’Amor trobadorico, s’eleva ancor più, quando denuncia la volontà dantesca di “confermare la dottrina cattolica d’un Dio che mi diede quest’inferno dell’esistenza per sua glorificazione (...)”[18].

                È mai possibile nutrire ancora dei dubbi sulla Weltanschauung wagneriana? Chi può pretendere maggiore chiarezza? Chi è il Dio nominato da Wagner? Non è forse l’Arconte arrogante o il Demiurgo veterotestamentario (Enlil Jeovah, Matrice dell’Uomo-robot), che impiega il mondo fisico e materiale per sua intima glorificazione? Lasciamo la risposta all’intelligenza di ciascun appartenente alla specie umana!

                Continuiamo però nell’analisi della lettera, più lunga delle solite e molto fitta di riflessioni ideologiche. Basta andare un po’ più oltre per trovare altre considerazioni sul fideismo cattolico-paolino, che invita i fedeli alla sofferenza ed all’ignoranza più crassa, in cambio dell’eterna felicità del sabato dei sabati.

                Nelle frasi successive, peraltro, si rafforzano oltremodo simili pensieri. In esse si riflette la lettura, risalente al 1852, dello schopenhaueriano Il Mondo come volontà e rappresentazione[19]. L’allusione è alla Volontà di vita, la quale degrada l’uomo che non vi si oppone, ad una specie di macchina, senza coscienza e conoscenza della brutalità e dell’abbrutimento insiti in siffatti comportamenti automatici:

               L’uomo, com’ogni animale, è una volontà di vivere, per la qual cosa educa gli organi a seconda dei suoi bisogni, e tra questi organi si forma pure un’intelligenza, cioè l’organo per comprendere le cose esterne, allo scopo d’impiegarlo per soddisfare i proprii bisogni della vita, secondo le forze ed il potere. (...) E tale bisogno della vita consiste - appunto per questa creatura normale - in null’altro se non in quello ch’è pur bisogno del più vile animale, vale a dire il nutrimento e la riproduzione (...) - Vivere - cioè nutrirsi, riprodursi eternamente, e tal tendenza si rinviene sempre eguale dalla rozza pietra, dalla tenera pianta fino all’animale umano. (...) Giungiamo anche improvvisamente a comprendere il tratto caratteristico dell’esistenza nella maggioranza degli esseri umani di tutti i tempi, e tosto cessiamo di stupirci se ci appaiono solo come bestie; poiché questo è lo stato normale dell’uomo”[20].

                Solo il Genio, prosegue Wagner, è in grado di liberarsi da questa triste condizione materiale e dall’ignoranza più totale, l’unica ad ingenerare dolore. Cosicché egli s’eleva al di sopra delle brutture quotidiane. Ciò evita all’uomo di ridursi a nient’altro che ad un tubo attraverso il quale passano dei cibi o, ancor peggio, ad un semplice fertilizzante del pianeta Terra. Colui che è in grado di dominare la Volontà di vivere, riesce, mediante la contemplazione, ad eliminare le facoltà volitive, oltreché ad entrare in simpatia con le cose esterne, che sono vissute di per se stesse, “non più per personale interesse”. Quest’innalzamento allo stato di meditazione sull’universo ci dà la conoscenza dell’essenza delle cose e non più della loro apparenza o Maya, che devia la nostra coscienza su problemi reali illusori. I genii ed i santi, i quali hanno raggiunto simile stato di distacco dal mondo, ci ricordano che “nulla scorgono tranne sofferenze, nulla hanno sentito in tale stato che dolore. Essi riconobbero lo stato normale d’ogni cosa vivente e la terribile natura della volontà comune a tutti i viventi, che si contraddice eternamente, eternamente si dilania, e non vuole ciecamente che se stessa; la terribile crudeltà di questo volere che, perfino nell’amore fra i due sessi, non vuole che la propria riproduzione[21].

                La Gnosi e la sapienza dell’essere, però, c’informano di tale crudele meccanismo, il quale governa lo stato normale dell’uomo. Lo stesso organo intellettivo soggiace alla cieca Volontà creata da sé. L’unica via d’uscita è l’illuminazione, quella che Wagner definisce lo “stato anormale, simpatico in cui [l’organo intellettivo] cerca di liberarsi durevolmente e per sempre da quella schiavitù vergognosa, il che non si raggiunge se non rinnegando del tutto la volontà di vivere[22]. Il fine è pertanto quello di annullare i nostri ego, eliminare l’attaccamento a ciò che è materiale, tornando alla Mente Universale. D’altro canto bisogna incamminarsi per il duro calle che conduce all’increato originario, al Tutto tenebroso. Beata condizione, prima che la Luce scura primeva fosse catturata dalle tenebre luccicanti nello scintillio apparente del mondo visibile, procurando ogni dolore a tutto l’esistente e, in special modo, all’uomo. Sebbene egli porti in sé la favilla di splendore spirituale, ciononostante essa s’asconde e s’oscura nel corpo materiale. “Quest’atto di rinuncia (...) si completa solo col totale annullamento della coscienza personale”[23].

                Ricalcando ciò che cantano gli eroi Tristano e Isolda, Wagner, man mano che prosegue nell’esposizione della sua Weltanschauung, rintraccia in modo sempre più compiuto, nella dottrina segreta dei Bramini, le radici primeve della filosofia dell’essere contro l’avere, della saggezza contro l’incoscienza ed il sonno collettivo, oggi maggiormente indotto dalla TV[24]. Quel pensiero indù ha persino evitato di considerare la precipitazione nella materia come il corrispondente del peccato di cui si sarebbe macchiato l’uomo. Per converso, fu causa proprio di un essere superiore stesso l’imprigionamento dello spirito nel mondo apparente. Per tali motivi, il musicista definisce la filosofia dei Bramini come “la santa antichissima religione della razza umana” e la sua “finale glorificazione e suprema perfezione per mezzo del Buddismo. Essa per certo espone il mito di un Dio creatore del mondo; ma non esalta questo atto della creazione come un benefizio, bensì lo rappresenta come un peccato di ‘Brama’, il quale trasformò se stesso in questo mondo e fa penitenza con gli infiniti dolori di quest’istesso mondo e si redime in quei santi che col continuo annullamento della volontà di vivere non sentono simpatia se non per chiunque soffre - nella Nirvana - vale a dire nella terra dove non si esiste più”[25].

                Seguono alcune riflessioni sulla trasmigrazione delle anime (Metempsicosi) e sulla legge del contrappasso che la governa. I Buddhisti la definiscono legge del Karma: “Ogni vivente tornerà al mondo nella forma di quell’essere, al quale ha cagionato un qualche dolore, non ostante che il resto della sua vita fosse purissimo; e ciò affinché egli stesso provi uguale dolore, e questo doloroso pellegrinaggio non cesserà per lui, né egli rinascerà fino al giorno in cui non abbia percorso un nuovo periodo di vita senz’aver fatto male ad alcuno, ma per la pietà dei suoi simili annulli perfettamente la volontà di vivere[26].

                Diversamente appare il connubio fra il mondo sensibile ed il creatore nella religione “cristiano-paolina”, laddove la creatura è la causa d’ogni male sulla Terra; per liberarsi da esso, l’uomo ha bisogno di annullare tutte le proprie attività intellettive in un’obbedienza incondizionata all’Ecclesia. Questa elaborazione, però, la si riscontra, più che altro, nella cultura cattolica, ossia in una fase tarda di quel Cristianesimo nazireo, originario e puro, basato sulla povertà, sulla fratellanza e sulla convivenza pacifica. Ad esse s’ispirarono i Catari e gli Albigesi della Linguadoca, ossia gli Occitani, nella proclamazione della loro dottrina, tendente all’eliminazione dell’universo materiale, poiché questo è causa e origine d’ogni male.

                Il musicista individua persino la chiave ermetica ed alchemica del Cristianesimo primigenio. Allora, gli apostoli predicarono, mediante l’insegnamento esoterico ed iniziatico il distacco dal mondo, denunciarono il corpo materiale come tomba dello spirito, ed inneggiarono all’arrivo del regno dei cieli, quando l’universo fisico cesserà d’esistere. Lasciamo, però, che sia Wagner stesso ad indicarci la via della Sapienza:

                “Quanto è sublime e consolante tale dottrina [quella buddhista] di fronte al Dogma cristiano-giudaico, in cui un uomo - giacché naturalmente è lui l’animale che solo soffre pel bene di tutta l’umanità esistente! - non ha che a comportarsi con docile obbedienza verso la chiesa per un breve tratto di vita, per trascorrere poi in compenso con letizia tutta l’eternità; ma invece chi non è stato ubbidiente in questa vita, in punizione, sarà eternamente dannato! - Ammettiamo che il cristianesimo abbia per noi tante contraddizioni perché lo riconosciamo misto all’egoistico giudaismo, e da questo sfigurato, mentre alle odierne ricerche è riuscito provare, che il Cristianesimo puro e genuino non è altro che una propaggine del venerando Buddismo, il quale dopo il passaggio d’Alessandro per l’India trovò la via spianata fino alle coste del Mediterraneo. Noi vediamo chiaramente nei primi tempi del Cristianesimo i tratti di completa abnegazione, il desiderio che perisca il mondo, cioè che cessi l’esistenza[27].

                Poi sono arrivate le collusioni della religione con il potere statale, il bisogno politico-temporale d’avere sempre più adepti, ubbidienti e sottomessi. Pertanto la necessità di rendere comprensibile, a tutti i costi, i concetti cristiani a chiunque, ad una massa sempre più spropositata di credenti. Inevitabile persino il ricorso alle immagini “infernali” che hanno squalificato il Cristianesimo ad un gioco perverso di ricompense e di punizioni. Si è così dimenticato il fine ultimo della dottrina, vale a dire che sparisca l’universo materiale (MATRIX), in nome del regno dello spirito (morire sulla Croce della materia per risorgere Rosa dello Spirito nel Terzo Giorno). A chi giova tanto oblio?

                La musica, però, essendo la configurazione archetipica delle idee, delle quali il mondo stesso è solo una semplice rappresentazione imperfetta, è in grado di risalire alle fonti iniziatiche del mito e dell’origine dell’universo, siccome al suo Costante Formulario Numerico. Le conoscenze ermetiche faranno poi il resto, e l’Harmonia eromperà inarrestabile nell’oltreumano e nell’isola dove tramonta il sole[28].

                Si chiariscono così, sempre più, le incompatibilità dell’ideologia wagneriana con ogni forma dittatoriale del dogmatismo accademico e dell’assurdo ordinamento anticonoscitivo della società odierna. Nulla di più antitetico, ordunque, fra l’ideologia totalitaria nazistalinista e le idee mistiche fiorite nell’alveo della cultura esoterica tedesca del XIX secolo. Si comprendono, così, anche le macchinazioni mistificatorie messe in atto da una società che vivacchia e sopravvive - nella sua falsa dimensione spazio-temporale fatta di odii, invidie e potere - proprio sui sentimenti più turpi. Vediamo però, nello specifico del Tristan und Isolde (l’esempio più eclatante fra i cento e più), fin dove sono arrivate le bugie di un mondo che s’oppone alla risoluzione della sua Matrice perversa! E chiediamoci ancora una volta: a chi giova?

                Nell’ultim’atto del Tristano e Isolda, la chiarezza ideologica wagneriana non teme confronti. Qui si completa la scelta definitiva contro il sé personale, la materia ed il potere, “a favore della Morte dell’Egoismo”. L’eliminazione di tutte le opprimenti scorie materiche rappresenta la liberazione da un mondo regolato dalle leggi malefiche di Enlil Jeovah (Matrix), il burattinaio dell’universo gravitazionale visibile, freddo e centripeto. E simile decisione di Morte della materia non è conciliabile col desiderio sessuale, o con i cosiddetti “sismografi dell’atto d’amore” che schiere di critici e storici hanno voluto affibbiare all’opera di Wagner. Come spiegare, in questa prospettiva, lo svolgimento “mortale” del III atto? L’univocità wagneriana, gnostica e templare non ha nulla a che vedere con la schizofrenia paranoica della critica. Perciò, senza tema di smentita, ripetiamo con Denis de Rougemont:

                “Componendo Tristano, Wagner ha violato il tabù: vi ha tutto detto, tutto confessato per mezzo delle parole del suo libretto, e più ancora per mezzo della sua musica. Ha cantato la Notte della dissoluzione delle forme e degli esseri, la liberazione dal desiderio, l’anatema sul desiderio, la gloria crepuscolare, immensamente lamentosa e felice, dell’anima salvata dalla ferita mortale del corpo”[29].

                Un simile messaggio non è però tollerabile per una società, la cui sopravvivenza si basa sull’inganno e sulla frode. Ecco perché il “mistero sconvolgitore della Notte” e la “distruzione dei corpi” dovevano essere mistificati, secondo ciò che analogamente accadde alla Vera Poetica dei Trobadors. Tutto si volse in una pacchiana “sublimazione del sesso”. Falsità più grande non poteva esistere. La faciloneria della mediocrità ha sempre avuto molti figli. L’ignoranza delle masse, abbrutite dalle menzogne, ha poi fatto il resto, così come “la frivolità del pubblico ordinario dei teatri, il suo crasso sentimentalismo, e, per dirla in sintesi, la sua eccezionale facoltà di non capire quello che gli si canta. Per tal modo il Tristano di Wagner può venir impunemente rimesso in scena dinnanzi a platee commosse, con la più perfetta sicurezza: tanto salda è la certezza generale che nessuno crederà al suo messaggio[30].



[1] Da brünne: corazza e hilt: lotta, vale a dire colei che combatte con la corazza.

[2] Valr: i caduti in campo e Kyria da kiesen: scegliere.

[3] Maria di Champagne, con mentalità celtico-matriarcale, scriverà in maniera lapidaria, frasi storiche contro l’istituzione matrimoniale, che nel secolo decimosecondo serviva ai re per impossessarsi di nuove terre e castelli. Difatti, nell’Île de France, il popolo carolingio aveva imposto la successione feudale solo al primogenito maschio, al contrario che nell’Occitania (Provenza e Linguadoca), la vera patria della poetica trobadorica, ove anche le donne ereditavano, come nell’antico costume pitto, irlandese e celtico.

                Si chiamò Legge salica quella dei Germani e dei Franchi, legge che escludeva la donna dalla successione ereditaria e dalla successione al trono. Perciò l’affermazione di Maria suona: “Gli amanti si concedono ogni cosa reciprocamente e gratuitamente, senza alcuna obbligazione di necessità, mentre gli sposi son tenuti per dovere ad assoggettarsi reciprocamente alla volontà dell’altro. (...) Stesa nell’anno 1174, il terzo giorno dopo le calende di maggio, VII riunione”. (V.: D. de Rougemont, L’amore e l’occidente, trad. it. L. Santucci, Milano, Rizzoli, 1996, 387).

[4] In realtà, lo stesso Nietzsche non ha mai ipotizzato la nascita di un Superuomo aggressivo e sterminatore. Tutt’altro, un Übermensch, che letteralmente significa Oltreumano, l’Altro Uomo Spirituale, antitetico a quello che s’ingozza di materia e vede solo materia e “filosofeggia” solo sulla materia. Non superuomo, pertanto, come è stato tradotto, col solito capzioso fine mistificatorio. L’oltreumano significa il distacco massimo dalle beghe più stupide dell’animalità terrena, quella che caratterizza appieno i “traditori” dell’Übermensch. Traduzioni tradite, mistificazioni filosofiche, per quale motivo? A chi giova?

[5] Il richiamo fuggevole è all’Harmonia della Natura e dello Spirito. Ci riferiamo al Tao della creazione, alla saggezza dell’unione fra il maschile ed il femminile per ricostituire l’androgino primordiale (la reminiscenza), del quale narra Platone nel Simposio (189 d).

[6] F. Hebbel, I Nibelunghi, D. Dell’Omodarme (a cura di), Torino, Utet, 1962, 156-7.

                È la morte celtica e druidica prima, e poi catara ad emergere da siffatto mito: liberarsi dai lacci della materia per rinascere nello spirito. Inoltre, il tradimento (voluto?) da parte dei più amati è la prova finale che il maestro e l’eroe devono superare. L’insegnamento cristico diviene paradigmatico in tal senso. Pure Tristano è ingannato dal suo scudiero Melot.

[7] L’espressione “Catari”, usato spesso dagli eresiologi, deriva dal greco katharoí e sta a significare “i puri”. In realtà essi si chiamavano boni christiani o boni homines (dall’occitanico bon ome).

[8] Joseph Campbell (1904-1987), uno dei massimi esperti mondiali di mitologia, asserisce che: “In sintesi, una mitologia è un’organizzazione di immagini che vuole interpretare il senso della vita e questo senso può essere afferrato in due modi: 1) con il pensiero, e 2) con l’esperienza. In quanto pensiero, la mitologia si avvicina - o è il primitivo preludio - alla scienza; e in quanto esperienza, è arte”. In: Mitologia primitiva, trad. it. C. Camparelli, Milano, Mondadori, 1990, 210.

[9] R. Wagner, Das Rheingold, trad. it. G. Manacorda, Firenze, Sansoni, 1942, Vv. 1200-1213.

[10] Il saggio porta la data dell’8 aprile 1849. Un Wagner trentaseienne propone un nuovo corso storico alla civiltà occidentale. Cit. in: R. Wagner, L’arte e la Rivoluzione (e altri scritti politici) 1848-1851, trad. it. M. Mangini, Firenze, Guaraldi, 1973, 63-67.

[11] Vediamo di delimitare il significato di tale pensiero con una definizione volutamente scientifica e matematica, affinché anche gli scettici più specializzati vedano l’altra faccia della Luna, che - sebbene nascosta - esiste!

                Tutto ciò che è intorno a noi e dentro di noi rispecchia dei procedimenti di concrescimento logaritmici ed algoritmici costanti. Cambiano i valori assoluti che sviano le nostre capacità razionali d’analisi percettiva: ci appare diverso ciò che è simile, epperò in tutto ciò che esiste vi sono dei rapporti stabili, ovvero Harmonicali. Di qui l’apparente differenziazione degli elementi che ci circondano, alla cui base c’è però un’autosomiglianza frattale, che ricalca la curva logaritmica ed algoritmica delle armoniche superiori ed inferiori di un suono.

                Tutto ciò che esiste nel micro e nel macrocosmo, partecipa all’Armonia del Cosmo e alla sua strutturazione olistica sotto forma di rapporti aritmetici costanti. Gli elementi animati ed inanimati si rimandano l’un l’altro, in base alle leggi analogiche della generazione armonicale. Essi convibrano accordalmente l’un l’altro (= dal punto di vista matematico = geometrico = architettonico = astronomico = ...) e compartecipano delle costanti universali.

                E per leggi armonicali s’intende, a grandi linee, quanto segue: La curva logaritmica dei processi di concrescimento delle piante, così come la curva logaritmica della sedimentazione dei cristalli sono analoghe al diagramma logaritmico delle armoniche di un suono. I diagrammi delle curve logaritmiche relative alla forma elicoidale del nostro DNA, oppure riferite al moto degli astri, alla propagazione della luce, alle sovrarmoniche e alle sottoarmoniche di un suono fondamentale, sono fra di essi analoghi ed equivalenti a livello di rapporto. Cambiano i valori assoluti, ma rimane costante la correlazione dell’invarianza frattale, la quale riunisce in un’unica formula creativa tutto ciò che esiste nel mondo, sia esso animato oppure inanimato. [Cfr.: A. Di Benedetto (a cura di), Musica ad Figuram - Il Fonocromatismo fra Storia, Teoria ed Arte, Pref. Q. Principe, Museo d’Arte Immanente (347/6704846), 2000, 27 e sgg.].

[12] Vedansi al riguardo: A. Di Benedetto, A. Scriabin - Atto Preliminare, Carisch, Milano, 1996; oltreché, A. Skrjabin - Vita Opere Idee, CD ROM, ed. Voodoo, Pescara (347/6704846), 1997, (Idee).

[13] Sono più di 40.000 i volumi scritti sul maestro lipsiense, che è terzo in tale graduatoria solo a Gesù il Cristo ed a Napoleone Bonaparte. Se ne deduce che o gran parte degli studiosi ha predilezioni naziste, oppure simile posizione d’accusa indiscriminata contro Wagner nasconde ogni sorta d’interesse che non ha nulla a che vedere con l’arte, la storia e la mitologia. Essa riguarda, semmai, la volontà politica di lasciare le masse nel loro stato d’incoscienza collettiva (vegetali che vivacchiano davanti alle dittature televisive, il cui unico fine è quello di rendere il cervello “piatto”).

[14] Die Sarazenin, opera in 5 atti, risalente al 1841-3.

[15] Lo stesso ordine dei Templari, fondato da Hugo de Payns nel 1119, dopo aver combattuto nelle crociate contro gli Islamici, impara - come Federico II - a rispettare la religione dei suoi avversari. La tolleranza divenne l’etica dei “Cavalieri di Cristo” tanto che a Gerusalemme, durante l’occupazione cristiana, vi erano Moschee nelle quali i Musulmani potevano andare a pregare. Stessa comprensione si riscontra, dall’altra parte, specialmente con il Saladino Salah al-Din Yusuf, sultano di Siria e d’Egitto, che riconquistò la Palestina sottraendola ai crociati. A sua volta, Federico II riuscì con la sua cultura vastissima, le doti politiche e le conoscenze della lingua e dei costumi arabi ad ottenere per dieci anni il protettorato su Gerusalemme, Betlemme e Nazareth dal sultano d’Egitto al-Malik al-Kamil. Per questi accordi pacifici il papato, in seguito, in combutta con il re di Francia Filippo IV (il Bello), reagì con scomuniche e con il tradimento finale nei confronti dei Templari. Era venerdì 13 ottobre del 1307. Molti Cavalieri di Cristo, che sperarono invano nell’intercessione del Papa, furono arrestati e poi bruciati vivi.

                Il potere adotta sempre la stessa tattica: screditare l’avversario, prima di colpirlo a morte!

                Adorano un idolo di nome Baphomet. Così affermano gl’inquisitori. È forse una testa o una coppa? Il Graal? È Satana!

                Le traduzioni più comuni, oggi, lo considerano una corruzione dall’arabo abufihamet che significa “Padre della conoscenza”. Hugh Schonfield, uno dei maggiori studiosi dei “Manoscritti del Mar Morto”, lo ha interpretato col codice atbash, usato dagli Esseni. Ne è derivato il termine “Sofia”. Ancora una volta, lo gnosticismo alessandrino serpeggia tra i fiumi di sangue sparsi dal Cattolicesimo, in nome del “divide et impera”.

[16] Richard Wagner, Poemi e abbozzi non musicati, F. Gallia (a cura di), Pordenone, Studio Tesi, 1994, 5-6.

[17] Idem, 89.

[18] Idem, 90.

[19] Pubblicata nel 1818. L’opera fa accolta - se così si può dire - dall’indifferenza più sconsiderata e dal silenzio più assoluto. Scrive, oggi, uno dei maggiori studiosi di Arthur Schopenhauer (1788-1860), Anacleto Verrecchia : “Per oltre trent’anni [dal 1818], dunque, la Germania, rintronata dalla grancassa filosofica di Hegel, aveva ignorato un gigante dello spirito come Schopenhauer. Quasi sempre, in questo basso mondo, ciò che ha valore non viene preso in considerazione e ciò che viene preso in considerazione non ha valore. Se poi compare un genio, i mediocri si coalizzano contro di lui e lo coprono di silenzio. Non fa quindi meraviglia che i tedeschi portassero in processione il ciarlatano Hegel e trascurassero il geniale Schopenhauer. La fama è un caso e il valore di un autore, di solito, è inversamente proporzionale ai colpi di grancassa che si suonano in suo onore. È stato e sarà sempre così”. Cfr.: “Il Mondo è un condominio tra la malvagità e la pazzia”, in: A. Schopenhauer, Aforismi per una vita saggia, trad. it. B. Betti, intr. A. Verrecchia, Milano, Rizzoli (BUR), 1999, 5-6.

[20] Idem, 92.

[21] Idem, 93. Corsivo nostro.

[22] Ibidem. Corsivo nostro.

[23] Ibidem.

[24] Dagli studi rosacrociani odierni emergono dei fattori inquietanti circa la voluta progettazione, in un certo modo, della televisione e del suo tubo catodico: «Tutti conosciamo gli effetti ipnotici del battito insistente durante, per esempio, un concerto ‘rock’, che può indurre in uno stato di trance. (...) La crescita potenziale dell’anima è sostituita da una schiavitù effettiva dell’anima. Ebbene, la televisione nel vostro salotto produce un battito elettronico molto più pericoloso.

                La scintillazione 30 o 25 volte al secondo di tutti i punti dello schermo catodico, in seguito all’esplorazione folgorante del fascio elettronico, fa sì che lo schermo entri in pulsazione allo stesso ritmo. Questa costante pulsazione luminosa, accompagnata da un suono stridente (15’750 Hz) situato in genere immediatamente al di sopra della soglia di percezione acustica, è responsabile di numerose emicranie e deterioramento della vista. (...) Sembra si siano verificati casi crescenti di epilessia in individui particolarmente sensibili a questo genere di pulsazioni. Si può parlare di ‘epilessia televisiva’. (...)

                Vi è pure l’effetto ipnotico. Una stanza buia, gli occhi in riposo, il corpo tranquillo, lo sguardo su una luce che scintilla costantemente: tutto questo crea le condizioni ottimali per una trance ipnotica. Non senza ragione molte persone sensibili si lamentano di sentirsi ‘ipnotizzate’, ‘ammaliate’, ‘mentalmente svuotate’, ‘disfatte dal tubo’, ‘come zombi’. (...)

                Il battito del televisore è responsabile, tra gli altri effetti, dell’iperattività nei bambini e in generale di uno stato di agitazione accresciuto nei veicoli superiori dell’uomo. (...) Per disfarsi di questa sensazione si è spinti a guardare la televisione, per sopprimere così temporaneamente lo stato generale di ‘malessere’. Ne risulta una maggiore stimolazione, un invito ad altri spettacoli televisivi, finché l’effetto droga non chiude il circolo vizioso».

[25] Idem, 94.

[26] Ibidem.

[27] Idem, 94-5.

[28] È l’Isola ove si muore nel corpo, per risorgere nel Terzo Giorno dello Spirito. Quel giorno del Terzo Harmonico (do - do - sol) si scoprirà che il Mondo è predeterminato dallo Spirito (3) imprigionato nelle tenebre della Carne (2). La loro somma dà il Pentalfa umano, il 5. Come già scrissi in Musica ad Figuram (op. cit.): “Le relazioni 2/3 ed 1/3 sono - per l’appunto - altre costanti universali che s’individuano in varie dimensioni della geometria dei solidi: Un ottaedro inscritto in un parallelepipedo ne rappresenta 1/3 del volume, ossia una 5^ trasposta all’ottava superiore. Una sfera inscritta in un cilindro vale 2/3 del volume del cilindro, ossia si trova in ‘affinità’ di quinta 2/3 rispetto ad esso. Secondo Keplero la meccanica celeste è sottoposta alla legge gravitazionale che agisce secondo relazioni numeriche affatto esatte. Queste corrispondono al numero 5 o pentagono che nella proporzione musicale diviene la quinta 2/3 (Tempo) e 3/2 (Distanza). Nell’Egitto dei Faraoni tale rapporto è una costante. Essi anticiparono la terza Legge di Keplero nel rapporto fra tempo e raggio, ossia il quadrato del tempo ha il valore di un cubo. La relazione è ancora una volta 2/3, espressa diversamente come T2/3 = R, ossia 3T2”. [48]

[29] D. de Rougemont, L’amore e l’occidente, op. cit., 283.

[30] Idem, 284.

 

 

 

I NUMERI DELLA MUSICA

 

 

e la formula del cosmo

 

 

DAGLI EGIZI AI GIORNI NOSTRI

 

 

 

ECIG

 

Edizioni Culturali Internazionali Genova 

prefazione

 

 

Credo che tutto obbedisca ad una legge,

in un mondo di realtà obiettive

che cerco di cogliere

per via furiosamente speculativa.

Lo credo fermamente,

ma spero che qualcuno

scopra una strada più realistica -

o meglio un fondamento più tangibile,

di quanto non abbia saputo fare io.

ALBERT EINSTEIN

 

 

 

 

 

 

Un libro scritto in forma di dialogo, per rendere gli argomenti trattati, accessibili ai più. Un libro di confine, per cercare di riunire i brandelli dispersi della cultura occidentale. Un libro scritto dai lettori, per rispondere alle loro domande più comuni.

 

Un libro dedicato a tutti gli artisti che hanno compreso che non possiamo continuare a distruggere.

Un libro per coloro che avvertono che si sono cacciati in un vicolo cieco, ma non sanno come venirne fuori.

Un libro dedicato agli studenti universitari che desiderano un insegnamento universalistico nelle loro Università.

Un libro dedicato a coloro che hanno avuto un destino deviato dall’incultura di massa e vogliono risalire la china dell’abisso nel quale sono precipitati.

 

Un libro dedicato ai musicisti che desiderano tornare alla tradizione, ma si vergognano di farlo.

Un libro che esamina i Numeri della Musica, ma è solo un trucco per parlare dell’origine e del destino dell’uomo.

Un libro dedicato all’Harmonia, che unisce tutte le cose del Mondo, senza compromettere la loro diversità e la loro libertà. Un libro dedicato alla Musica, ma è solo un trucco per sviluppare l’Intelligenza del Cuore.

Un libro dedicato a tutti coloro che hanno intuito che siamo singoli neuroni di un unico cervello, il Cosmo.

 

Un libro dedicato a tutti coloro che hanno compreso che stiamo distruggendo il Nostro Pianeta, ma non sanno che cosa fare. Un libro dove si parla del Mistero della Vita, ma attraverso il diaframma dell’Harmonia.

Un libro che sviluppa l’Intuito, l’Intendimento e l’Intelligenza del Cuore.

 

Un libro dedicato all’“Amor che move il Sole e l’altre stelle”.

Un libro dedicato alla Voce della Luce Divina, che santifica l’Ordine della Materia.

 

Un libro per tutti coloro che hanno iniziato a raccogliere i brandelli dispersi dell’umanità afflitta e delle sue conoscenze. Un libro per coloro che sanno tutto del loro orticello, ma desiderano conoscere altri mondi.

Un libro dedicato a coloro che non sopportano più il puzzo di una società in avanzato stato di decomposizione.

Un libro dedicato a tutti coloro che si sono dispersi per il mondo e cercano la via per tornare a casa. Un libro dedicato alla Coscienza Intuitiva, nella speranza che anche la Ragione torni a svolgere la sua vera funzione in Harmonia col Cuore.

 

 

A coloro che non hanno mai schernito l’Harmonia delle Sfere di Pitagora. A coloro che hanno capito che siamo tutti figli delle stelle.

A coloro che dopo vent’anni di Odissea, nei mari distruttivi delle mode, cercano la stella polare per tornare a casa. A coloro che sono stufi di rimanere sempre alla superficie delle cose, ma amano penetrare nell’essenza delle cause.

A coloro che vogliono sapere quali sono i veri canoni della Bellezza, ma non sanno da dove cominciare.

 

 

A coloro che non sopportano più gli orrori della Nuova Musica e si sentono derisi dall’incultura ufficiale. A coloro che vogliono capire, perché amano la musica della tradizione, ma non ne conoscono le ragioni. A coloro che vogliono continuare a cantare la Gran Sinfonia del Mondo, ma non sanno più con chi.

A coloro che hanno compreso il messaggio del Graal, ma non percepiscono più la sua eterna Voce Solare.

A coloro che sanno che “Noi, la Terra ed il Cosmo siamo tutt’Uno”.

 

 

A coloro che ignorano che le leggi che governano la matematica, la geometria e l’astronomia sono le stesse leggi della Musica. A coloro che non sanno che un’unica formula harmonica muove gli elementi chimici, gli stili architettonici classici ed il mito.

A coloro che non sanno che i Numeri della Musica ed i Numeri del DNA seguono la stessa formula dei moti planetari. A coloro che conoscono l’intelligenza della Materia, ma non sanno che questa si organizza secondo numeri harmonici.

A coloro che hanno sempre intuito che attraverso la Musica possono proiettarsi negli Infiniti Mondi Paralleli. A coloro che vogliono capire quali sono i numeri harmonici per entrare nel Cyberspazio a 12 dimensioni.

A coloro che desiderano sapere quali sono le harmonie musicali che risuonano nella Cattedrale di Chartres o a Castel del Monte. Agli scienziati che hanno compreso che siamo sordi in un mondo d’infiniti suoni.

 

 

A coloro che vogliono capire il messaggio harmonico del Mito.

A coloro che vogliono conoscere le corrispondenze tra suoni e colori.

A coloro che non sanno che la Quinta Musicale è la misura dell’universo. A coloro che ignorano che l’inclinazione dell’asse terrestre influisce persino nella disposizione dei suoni musicali. A coloro che vogliono saperne di più sull’origine dell’Universo dal Suono.

A coloro che hanno sempre sospettato che l’intero creato emette dei canti, ma ignorano le teorie scientifiche per decifrarli.

A coloro che si occupano d’astrologia, ma non sospettano che la Musica è la chiave di volta delle influenze astrali.

A coloro che non sanno che le più grandi scoperte scientifiche sono passate attraverso la conoscenza della Teoria Musicale.

 

A coloro che vogliono sapere qual è la vera funzione dell’orecchio umano. A coloro che vogliono conoscere i rapporti fra occhio ed orecchio.

A coloro che vogliono capire la vera essenza dell’arte totale e multimediale. A tutti coloro che cercano un principio unificatore dello scibile umano.

 

A coloro che vogliono sapere la verità sulla Scienza della Musica. A coloro che vogliono comprendere le ragioni cosmiche delle scale musicali.

A coloro che vogliono conoscere la verità sull’organizzazione per 6 e per 12 dei Numeri e se vi sono ragioni musicali, astronomiche, genetiche, estetiche…

 

A coloro che hanno compreso che nel mondo non esistono due impronte digitali uguali.

A coloro che ignorano che le scimmie non fanno arte e non provano piacere estetico.

A coloro che sono pronti a compiere nuove Odissee per ritrovare la Tradizione. A coloro che hanno compreso che le mode servono a distrarre l’uomo dal suo essere universale.

 

 

A coloro che sanno che la storia la scrivono i vincitori e che la verità è racchiusa solo nel Mito.

 

A coloro che sono d’accordo con Heisenberg:

 

“I problemi scientifici han finito per essere connessi

a fini di carattere politico ed alcuni scienziati han fatto ricorso

a metodi politici per far prevalere le loro concezioni”.

 

Un libro dedicato a coloro che sono stufi di fare i diavoli della Terra e vogliono tornare a riunirsi nel Simbolo Divino dei Numeri della Musica. A tutti coloro che cercano il Canto che non c’è più.

Un libro dedicato a tutti coloro che vogliono continuare a cantare lo Spettacolo incantevole del Mondo.

 

 

E tutto ciò, gli Egizi lo chiamarono SIMBOLISMO HARMONIKALE: la Riunione di ogni branca del sapere mediante l’Arte dei Suoni, centro d’irradiazione delle conoscenze ermetiche.

 

 

Dunque Filosofia, Astronomia, Matematica, Fisica, Architettura, Geometria, Storia, Mito, Leggenda, Ufologia, Ingegneria genetica, Medicina, Clonazione, Suoni e Colori, Intelligenza della Materia, Universi Paralleli, Buchi Neri, Buchi Bianchi e Cyberspazio a 12 dimensioni... Finalmente riuniti insieme per ritrovare l’Antica ed Eterna Melodia.

 

 

Perciò, il Gran Sacerdote dice a Pitagora:

 

“La Musica è la via della salvezza”.

 

 

 

 

 

 

                                                                                   CROTONE 552 a. C.

                                                                                   ANNO EGIZIO 9903

 

 

 

 

 

 

Primo Sigillo

 

Quando gli egizi scesero sulla terra

 

 

Ciò che si trova in basso

è simile a ciò che si trova in alto,

e ciò che si trova in alto

è simile a ciò che è in basso,

per produrre i miracoli

di una cosa sola.

ERMETE TRISMEGISTO

 

 

 

 

 

 

Era l’equinozio di primavera dell’anno 555 dell’era pagana o VI secolo a. C. Secondo il calendario egizio, invece, correva l’anno 9.900 di Vera Luce dalla costruzione della Sfinge. In quel tempo Pitagora, amareggiato dalla stupida dittatura di Policrate, decise d’abbandonare Samo, la sua bellissima isola greca, che gli aveva dato i natali.

Viaggiatori ed amici gli avevano raccontato di una terra tanto ospitale, quanto immensa. Saggezza, conoscenza e virtù vi regnavano incontrastate. La chiamavano il glorioso Egitto dei Faraoni. Ventimila anni di storia l’avevano sì indebolita nella forza ma non nello spirito. Conoscenze supreme, a noi tuttora ignote, erano ancora custodite dai sacerdoti del Tempio.

A poche persone era però concesso entrare in questo luogo sacro. Dure prove iniziatiche attendevano i discepoli che avevano l’ardire di chiedervi l’ammissione. I discendenti d’Ermete Trismegisto erano i depositari delle leggi riguardanti i Massimi Sistemi. La formula della creazione, della natura e del cosmo non aveva per loro alcun segreto.

 

Pitagora non fu accettato alla prima richiesta, ma inviato a compiere un lungo tirocinio, presso le università più rinomate del mondo pagano. Forse in Britannia, per apprendere la saggezza dei druidi, per i quali era allora famosa la civiltà celtica.

Assetato di sapere, il Filosofo Greco peregrinò in Cina ed in India. Poi fu la volta di Babilonia. A Creta imparò, nel nome di Orfeo, che tutto, all’origine, si sprigionò dal Suono. Un’eterna vibrazione vivifica il mondo della materia, mentre l’invisibile morte riposa nella quiete eterna. Ascoltò anche i Dattili cretesi, allorché intessevano le lodi del numero e dei segreti formulari che lo animano. A Memphis, però, quelle sacre cifre avevano assunto il significato ultimo. Bisognava scoprirne il perché.

Fu durante una notte di novilunio che il Gran Sacerdote condusse Pitagora ad osservare le stelle. Ve n’era una, in particolare, alla quale egli si riferiva con emozione e che risplendeva luminosissima nella costellazione del Cane Maggiore o Anubi. Il suo nome era Sothis o Sirio ed apparteneva ai misteri d’Iside ed Osiride, sacre divinità dell’antico Egitto. La vicinanza alla nostra minuscola Terra, disposta ai confini esterni della Via Lattea, ne spiegava l’intenso chiarore.

«È la sesta stella a noi più prossima - disse il Gran Sacerdote con estrema semplicità. E poi, lasciando sbigottito il discepolo, soggiunse, - Mio caro Pitagora, devi pur sapere che noi Egizi discendiamo da lassù. La catastrofe totale fu il risultato del potere della mente. L’odio accecò i guardiani del nostro sistema solare, ed all’autodistruzione ci condussero le nostre conoscenze senza più Amore. Ciononostante il nostro tramonto - come puoi ben vedere dalla nostra arte e scienza - emana ancora bagliori luminosissimi. Alcuni di noi discesero in questa fertilissima regione, laddove attraversa i suoi campi l’acqua vivificante del Nilo. La Stella del Mattino dà l’avvio alle inondazioni benefiche, quando Sirio diviene ancor più luminosa nel limpido cielo equatoriale».

 

Sulle prime, il Grande Iniziato, neppure alla lontana poté immaginare l’importanza di quella Stella sfolgorante nel notturno cielo australe. Epperò, l’enigma gli si sarebbe chiarito di lì a poco.

Passarono alcuni giorni ed il Gran Sacerdote accompagnò Pitagora presso le piramidi. Quivi gli spiegò, con precise misure alla mano, calcolate dai suoi architetti, il rapporto fra la Grande Piramide e la Piramide di Meidum. E per quanto l’operazione fosse ripetuta, il numero sacro era sempre uguale a 1,053. Poi invitò lo stesso Saggio Greco a rifare i calcoli ed affermò:

 

«La cifra che ne deriverai ti fornirà la chiave per leggere il mistero della Creazione».

 

E quantunque il filosofo greco si sforzasse di comprendere, il significato di quel numero gli rimaneva piuttosto oscuro.

Soltanto dopo 5 giorni, il Gran Sacerdote decise di svelare uno dei significati magici della relazione sacra 1,053.

 

«Caro Pitagora, se sovrapponi 5 quinte intervallari alla nota do nella Musica del Monocordo, aprirai il Primo Sigillo, quello dell’Origine del Mondo Manifesto».

 

Il Saggio Greco spostò prontamente il ponticello mobile[1] sui   della Corda e poi calcolò il risultato:

 

 

(2/3)5 = 32/243

 

 

do--⅔--sol--⅔--↓re--⅔--la--⅔--↓mi--⅔--si↓

 

                                                   do1 (2)1             do2 (2)2           do3 (2)3

 

 

 

Sapeva inoltre che il rapporto trovato doveva essere moltiplicato per 8. Cinque quinte, infatti, corrispondono quasi a tre ottave (2 X 2 X 2). In altri termini, 5 quinte coprono un intervallo di 3 ottave (23), come si evince dallo schema precedente.

Pitagora fece quindi l’operazione aritmetica 32/243 X 8 e trovò la relazione 256/243. Stabilì pure altre corrispondenze tra frazioni numeriche e suoni nel modo seguente:

 

 

 

81/64  =  do – mi

 

32/27  =  mi – sol

 

  4/2   =  do – do

 

  4/3  =  do – fa

 

 

Ben presto, però, s’avvide che quella non era la via giusta per svelare l’essenza del Mistero.

Il Gran Sacerdote invitò l’Iniziato Greco a calcolare il numero decimale del rapporto testé scritto. E 256/243 era proprio uguale a 1,053. Allora Pitagora, estasiato dall’Harmonica Relazione, pronunciò le seguenti parole:

 

«Avete Voi dunque, Sacro Popolo Egizio, eretto la Grande e la Piccola Piramide, secondo le proporzioni del semitono?».

 

Dopo una lunga pausa, il Gran Sacerdote rispose:

 

«Questo è ciò che appare in superficie, se usiamo - nel nostro modo d’indagine - solo l’intelligenza della mente, trascurando l’intuito. Torniamo però ad osservare Sirio. Ebbene, quella stella ha un moto disturbato, eccentrico, come se qualche altro corpo celeste ne ostacolasse il moto regolare».

 

Pitagora non riusciva a capacitarsi. Eppure era soltanto all’inizio delle meraviglie.

 

Il Gran Sacerdote continuò:

 

«Sappiamo, dallo studio della tua situazione astrale, che andrai, a Crotone, a fondare quella che diverrà - nel corso della storia - la Scuola Pitagorica. Il tuo pensiero sarà essenziale per i millenni a venire. Seguendo il tuo esempio, gli uomini di buona volontà si risolleveranno dalla decadenza spirituale nella quale saranno precipitati a causa di falsi profeti prima e di mentitori e spergiuri dopo. E, per strano che possa sembrare, essi proverranno soprattutto dalle tribù Semitiche e dal servizio segreto dell’Impero Romano.

 

Vedi, Caro Pitagora, le divinità non sono qualcosa d’astratto, come sarà detto da alcuni falsi apostoli. Le divinità di questi mentitori non esistono affatto. Esse sono funzionali soltanto al potere temporale, al Signore dell’Anello. Lo scopo è quello di controllare la mente e lo spirito dell’uomo. Il potere più grande, in mano ai nuovi padroni della Terra, consisterà proprio nel possedere la mente degli oppressi.

La prova? Se avrai l’ardire di togliere a quegli stessi schiavi le catene infami della loro sottomissione spirituale e fisica, ti accuseranno di furto. Perciò la necessità dell’insegnamento esoterico, riservato a pochi. Bisogna essere preparati per comprendere chi siamo e da dove veniamo. Dentro ad ognuno di noi c’è Tutto. Noi siamo il Grand’Organismo. Ne facciamo parte. Ne siamo i terminali. Nel nostro spirito c’è la via della liberazione, come anche quella della maledizione. Ogni cosa che l’individuo realizza, nel corso della sua esistenza, è ciò che la sua mente ha voluto.

Un sacro insegnamento dei Faraoni afferma: “E l’uomo creò gli Dei a propria immagine e somiglianza, giacché il tutto è sempre compreso nella parte”.

Quanta libertà si respira nel mondo pagano. La molteplicità delle divinità è vivificante. Possiamo scegliere i nostri compagni d’avventura a nostro piacere. Sono i nostri migliori amici. Chi di loro si sognerebbe mai di pontificare sul nostro comportamento? Chi consiglia, non impone, né punisce. Si potrà tutt’al più arrabbiare perché non lo abbiamo salutato, incontrandolo per strada. Ma nient’altro! Questo è segno d’amore fra organismi viventi.

È falso parlare di libero arbitrio, quando poi ci sarà il giudizio insindacabile del Dio unico. Purtroppo, l’inciviltà, la barbarie e l’oppressione sono i nostri peggiori nemici. Distruggendo i molti Dèi, gl’Israeliti creeranno il più mostruoso dei dispotismi terrestri. Siamo intorno al 3.000 a. C., o meglio nell’anno 7.455 di Vera Luce. In principio, la Sfinge guardava l’equinozio di Primavera, al sorgere del Sole, nel 10.455 a. C.



[1] Il ponticello mobile è un legno triangolare che corre sotto la corda del Monocordo. Esso crea così diversi nodi o parti vibranti di corda, dalle quali si sprigionano differenti note. Il Monocordo è uno strumento teorico-musicale, dotato di una cassa di risonanza e di una scala graduata, sulla quale sono annotate, in cifre, i rapporti di suddivisione della corda, risultanti dallo spostamento del ponticello, appoggiato ad essa.

La tristezza più desolante si accompagnerà al Monoteismo. Inizieranno, infatti, le persecuzioni e gli eccidi. Su montagne di cadaveri si costruiranno la fede e le sue chiese. Il Dio unico dividerà un popolo dall’altro. Spariranno così, dal Gran Teatro del Mondo, gli Dèi dell’aria e dell’acqua. E quelli della terra e del fuoco non gioiranno più, insieme con tutti i popoli del Globo. Il linguaggio comune del paganesimo e del matriarcato sarà sostituito dall’unica fede nell’odio teocratico e patriarcale. Gli uomini, gli animali e le piante non si comprenderanno più. Si dissolverà nel nulla la benefica tensione verso gli altri, l’Amor. E l’uomo seguirà la via maldestra dell’egoismo e dell’odio, in una parola del monoteismo. Noi che veniamo di lassù sorridiamo con triste rammarico alle tragiche vicende della Terra.

 

Ah, se gli uomini sapessero che l’organismo visibile intergalattico è formato da miliardi di galassie come la Via Lattea, alla quale noi apparteniamo! Se gli uomini sospettassero minimamente che la stessa Via Lattea contiene seicento milioni di soli, come quello che ci riscalda e ci dà la vita sul pianeta Terra. E se gli uomini comprendessero che essi rappresentano nient’altro che i batteri del sistema solare, nel quale vige il rapporto di quinta. Ah, se gli uomini capissero che il vostro sistema planetario è il batterio della Via Lattea. Se gli uomini si aprissero all’Intelligenza del Cuore e dell’Intendimento. Se gli uomini sospettassero appena che puranche la nostra galassia è soltanto un virus nell’economia del Cosmo infinito… E pensare che la Luce, con tutta la sua velocità, non sarebbe in grado di attraversarla da un capo all’altro.

Ah, se gli uomini si rendessero conto che invero non sanno nulla di nulla. Se gli uomini intuissero che pure ciò che vedono con gli occhi del corpo è semplicemente il prodotto della trasmissione cosmica di organismi più grandi. E che noi, a nostra volta, trasmettiamo altre immagini virtuali ad organismi più piccoli. E che di filmati ne esistono un’infinità, negl’infiniti mondi ed universi paralleli. E che il nostro non è che uno dei tanti.

È come se ognuno dei miliardi di neuroni che operano nel nostro cervello avesse una diversa realtà. Essi sarebbero confinanti, reciprocamente necessari, ma ignari della loro interdipendenza. Miliardi di mondi virtuali in un’unica testa, il Cosmo. E fin qui nulla da obiettare. Potremmo solo “invitare” i vari neuroni a scambiarsi le informazioni. Ognuno di essi vedrebbe miliardi di altri filmati. Quanta ricchezza ne deriverebbe. In quel caso diremmo che dallo stato passivo e di sonno, i neuroni sono passati allo stato attivo e di veglia.

Ipotizziamo che un dittatore pernicioso s’inserisca nelle trasmissioni di ognuno di quei neuroni. Essi immaginerebbero che gli altri filmati siano per loro deleteri. Penserebbero di distruggerli. Non si renderebbero conto di creare - in tal modo - la Terra Desolata. In un primo tempo, la solitaria unicità dell’essere li riempirebbe d’orgoglio. Dopo non molto, però, inizierebbero ad annoiarsi. Il continuare a trasmettere diventerebbe inutile. Tutta la loro esistenza inutile. Un cinematografo, dove proiettano un solo filmato. Che tristezza. Che solitudine. Che noia. Meglio la follia e la morte.

E pensare che gli altri neuroni sono vicini a noi. Basta chiamarli. Non sono distanti. Sono solo su altre frequenze. Non è questione di velocità nello spazio. È solo un problema di salto quantico, di transizione di fase.

Vedi, Caro Greco, quando l’acqua diviene ghiaccio non ha percorso delle distanze. Ha cambiato unicamente la sua frequenza vibratoria. La Musica è la via d’uscita. Iside, Orfeo, Manannann MacLir, il cantore celtico, Dioniso e le Sirene v’indicheranno la strada.

 

Ancora una volta, la colpa maggiore è da attribuire ai Semiti. Nel loro “Antico Testamento” sarà scritto che il vostro Globo è al centro del Cosmo. Quanta falsità. Eppure le verità sulla conformazione dell’Universo le appresero proprio da noi, quando dimorarono nell’Alto Egitto, insieme con le nostre genti. Solo la mania di potenza del loro capo Jeowa, poteva arrivare a tanto: considerarsi l’unico al centro del Cosmo! Quanta prosopopea! Uno degli ultimi costruttori che si considera Dio! E Dio di un unico popolo. Quanta ingenuità.

Caro Pitagora, il Male prende subito piede nella vostra Terra. I miei antenati l’hanno attribuito alla legge di gravità. È insopportabile. Che fatica camminare, che fatica mangiare, che fatica riprodursi. È l’unicità del vostro filmato. Ma è possibile cambiarlo. Perciò il matematico, esoterista e veggente del XVIII secolo dell’èra volgare, Emanuel Swedenborg, sosterrà che “I pensieri sono tanto più finiti e ristretti quanto più dipendono da spazio, tempo e cose materiali, mentre sono tanto più infiniti ed estesi quanto più se ne liberano, perché allora il mentale si eleva al di sopra delle cose mondane e corporali”.

Voi pensate che il tempo scorra quasi come una retta omogenea. Ma il tempo è una delle manifestazioni distorte degli altri sistemi concomitanti. In verità il tempo-spazio è almeno esadimensionale. È pieno di curve, di bolle, d’universi paralleli, di labirinti antigravitazionali, quelli da noi adoperati per viaggiare nel tempo da una costellazione all’altra. Eppure voi credete che il tempo sia unidimensionale e perfettamente uniforme. Nient’affatto. È complicato come una sorta di labirinto di Minosse.

Caro Greco, avrai un bel da fare per risollevare le sorti di un mondo che tende ad andare all’inverso. I tuoi discepoli, fra trecento anni, torneranno in Egitto. Una scuola fiorente avrà sede in Alessandria, fondata dall’allievo di Aristotele, Alessandro il Macedone. Quante conoscenze, i Tolomei, miei discendenti, raccoglieranno nelle due biblioteche più importanti del mondo antico, il Brucheion, la più grande, ed il Serapion, la più piccola.

Purtroppo la razza più volgare, che la terra abbia mai conosciuto, approderà nei nostri lidi, una cinquantina d’anni prima della nascita del Cristo. Mi riferisco ai Romani, Caro Greco. Dopo aver bruciato, rubato e violentato, trafugheranno tutti i testi della gloriosa biblioteca di Alessandria. Quasi un milione fra rotoli, pergamene e libri. Oggi, quei documenti sono custoditi nelle segrete delle Biblioteche Vaticane. Poi, ancor peggio, arriverà l’intolleranza cattolica ad uccidere la nostra Ipazia e ad incendiare il Serapion.

Fatta a pezzi e poi bruciata, povera Ipazia, colpevole solo d’essere donna e di aver avuto la libera docenza in filosofia e matematica all’Università di Alessandria. Se Gesù avesse appena sospettato gli orrori che i cattolici avrebbero commesso in suo nome, non avrebbe proferito alcuna parola. Piuttosto sarebbe vissuto come un comune mortale, insieme con sua moglie Maria Maddalena.

Quanti orrori, in nome di quella religione, inventata da Paolo di Tarso. Altro che santo. Era l’agente più spudorato del servizio segreto dell’Impero romano. Quanta cattiveria può generare la fede. Egli ucciderà tre volte Gesù. In primo luogo perché trasformò il movimento politico rivoluzionario del Messia in un pacifismo troppo consono all’Imperium. In secondo luogo perché trasferirà la religione giudaica a Roma. Infine perché inventerà una delle parole più terrificanti della storia: eresia. In suo nome si commetteranno i massacri più nefandi dell’intero creato.

Forse qualcosa cambierà all’inizio del III millennio dell’èra Cristiana, quando il cattolicesimo non potrà far più seguaci a suon d’eccidi. Tra Giudaismo e Cattolicesimo, Dio Unico e Potere Temporale della Chiesa, la povera umanità a venire sarà strangolata e dannata. Che Terra Desolata! Da allora in poi, le genti smetteranno di pensare. S’immagineranno che un Serioso Vegliardo attenda oltre la soglia dell’esistenza terrena, per conteggiare gl’interessi attivi e passivi della nostra condotta, dei quali non sono noti né i parametri, né gli accordi di sottoscrizione.

L’uomo saggio, però, s’avvede ben presto che quei parametri sono dentro e fuori di noi, dagli elementi più piccoli ed invisibili, a quelli più grandi ed imperscrutabili. Essi sono le leggi, delle quali noi parleremo. Andare contro quei precetti universali significa fare del male agli altri ed a se stessi. In verità, non c’è nessun essere superiore che ci controlli. Ma c’è qualcosa di più imperioso ed onnipresente.

Vedi, Caro Greco, una pianta, per crescere rigogliosa, ha bisogno d’acqua pura, della luce del Sole e di un buon terreno, ricco d’elementi nutritivi. Ebbene, se quella stessa pianta, inquina le acque e distrugge le nubi, mette in atto un comportamento che contrasta con i cicli delle leggi di Natura. Se oscura l’azzurro cielo con sostanze pericolose per la vita, s’interromperanno i cicli biologici di trasformazione organica. Tutto ciò non contrasta con il volere di qualche divinità preposta all’ordine universale, ma semplicemente con la stessa sopravvivenza della pianta. Essa perirà per non aver capito che infiniti fili invisibili la collegano a tutto il Macro ed il Microcosmo.

Chi ti parla proviene da un sistema stellare dove si commisero errori di questo tipo, a causa del predominio incontrastato della Mente quantitativa, che sempre divide, odia, uccide, invece di riunire, amare, dare vita e Harmonia. La maledizione, allora, non consiste nella conoscenza, come sarà sostenuto nell’Antico Testamento. La maledizione dell’uomo consiste, invero, nella sua ignoranza e nel fatto che egli dimentica sempre di essere un neurone di un unico cervello.

Ah, se queste cose fossero a tutti note. Chi si taglierebbe più il proprio piede credendo che non sia il suo? Chi mai penserebbe di prosciugare i corsi d’acqua, dimenticando che l’organismo umano ne contiene per il novanta per cento? Chi aggredirebbe più un altro popolo pensando così di rafforzarsi?

 

Ti chiedo scusa, Caro Maestro Pitagora, se ti ho paventato la storia nera del monoteismo futuro. Esso creerà il monoteismo mentale, il monoteismo cellulare, un’unica trasmissione desolata. Meglio la morte e la follia, Caro Pitagora. Per fortuna, la saggezza, la scienza e la conoscenza di molti illuminati rischiareranno - a più riprese - le tenebre della religione di stato e delle TV dei governi, che trasmettono sempre lo stesso filmato. Noi, in quell’epoca non saremo più in questa dimensione maldestra. Altri mondi, altre dimensioni più eteree, altri abitanti ci attendono, nell’eterno sviluppo del cosmo. Se la macchina-uomo non vorrà capirlo, pazienza. Nell’economia dell’universo, l’uomo-robot non ha alcun senso.

Ah, se solo per un attimo l’unità carbonio immaginasse la sua funzione nel Grand’Organismo cosmico. Se sapesse che essa è analoga al ruolo dell’antiprotone nel corpo di una balena, smetterebbe di essere così presuntuosa e violenta. La sua goffa origine - però - permane nel suo DNA. La lotta fra il Cuore e la Ragione continuerà fino alla nuova precessione equinoziale. Enki Samael, cercò in tutti i modi, 23.445 anni fa, di salvaguardare l’Amore e la Vita nella RAM dei prototipi Adamo ed Eva. Malauguratamente, però, i disegni illiberali del Signore dell’Anello, Jeowa, continuano a minare alla base l’evolversi del Robot terrestre. Egli finanziò il progetto d’ingegneria genetica che portò alla costruzione dell’unità carbonio. L’uomo doveva servire per svolgere i lavori pesanti. Samael però andò ben oltre…

Ma non riesco ancora a capire perché mai chi si faceva chiamare, dai suoi sudditi, il Dio Unico maledisse l’amore in nome del potere, rovinando anche la sua stessa esistenza. Che desolazione Essere l’Unico, da solo. Questo gli accadrà all’inizio del III Millennio, quando l’odio e i roghi non potranno più imporlo come l’unica trasmissione neurotica. È tanto difficile capirlo?

Tutto ciò che si vede nella nostra dimensione materiale va verso la vita, l’amore, la diversità e non verso la morte, l’odio, l’Unicità. Enlil Jeowa avrebbe dovuto ascoltare i consigli di suo fratello Samael. Ma non ci fu verso. I popoli più civili decisero allora di abbandonare questa dimensione. Attraversarono il Ponte Periglioso. Sparirono nel Buco nero del Tempo, alla ricerca di elementi più simili. Compirono il salto quantico attraverso il labirinto antigravitazionale. Dall’Unico Inferno passarono all’Infinita Varietà del Paradiso.

Quanta bellezza e ricchezza! La Terra Fertile dei nostri fratelli. I cari Lemuriani, Iperborei ed Atlantidei svanirono negl’infiniti mondi paralleli. Alcuni stupidi li cercheranno in fondo al mare o in cima alle montagne più inaccessibili. Essi sono però, nascosti, in un altro tempo-spazio a noi corrispondente. Non vogliono più saperne dell’odio umano e dei suoi giochi perversi: l’Unico, l’Invisibile, l’Irrappresentabile filmato. I registi vanagloriosi sono gli angeli più perniciosi.

 

Torniamo però al nostro argomento principale. Si parlava di un astro. Guarda ancora Sirio, caro Greco. Quella stella non è sola. Noi che proveniamo da quella costellazione del Canis Major, sappiamo per certo che vi è, lungo il corso di Sirio α, invisibile, ad occhio nudo, dal tuo sistema solare, una stella che sta per collassare. Con la sua forte attrazione disturba e rallenta i solstizi di Sirio α. È Sirio β che posticipa sempre più il sorgere quasi eliaco della sua stella gemella, quella che provoca, in tal modo, le piene del Nilo e la nostra ricchezza. In definitiva, Sirio α, a causa della precessione equinoziale, arriva sempre più in ritardo rispetto al moto terrestre, e tornerà nella stessa posizione solo dopo 1458 anni. Tieni bene a mente queste cifre sotiache. La loro somma teosofica equivale a 18 (1 + 4 + 5 + 8). È il numero della creazione dell’Uomo, la cifra magica 666. Questo, ovviamente, non è tutto. Il suo segreto ti si svelerà più in là.

E tuttavia, c’è un altro aspetto, inimmaginabile, che la cultura terrestre scoprirà solo nel XX secolo dell’Èra Cristiana. Alcuni Saggi e popoli - in diretto contatto con noi e con la nostra civiltà - ne conoscono fin d’ora le caratteristiche. Caro Pitagora, intendo il rapporto fra la massa di Sirio β e quella del Vostro Sole».

 

Pitagora aveva ricevuto alcune nozioni sulle analogie universali. Aveva pure appreso il sistema delle costanti astrologiche, presso il corso di perfezionamento dell’Università di Babilonia. Su quel sistema organico, baserà, infatti, la gran parte della sua Harmonia delle Sfere e di tutto ciò che esiste. Ma questo fatto, il rapporto fra Sirio β e la massa del Sole, non rientrava proprio nei programmi di studi babilonesi.

 

«Non puoi saperlo - continuò il Gran Sacerdote -. Questa conoscenza ti schiuderà il Primo Sigillo. Ebbene la formula è semplicissima. È solo un rapporto: Sirio β/Sole = 1,053.

Sì, sembra proprio incredibile, eppure la Massa di Sirio β, divisa per la Massa del Sole ammonta alla stessa relazione del semitono diatonico 256/243, quello da te trovato nella prima indagine».

 

A lungo il Gran Sacerdote guardò negli occhi di Pitagora, quasi a voler scrutare il futuro del Grande Iniziato.

Gli occhi del filosofo brillavano di gioia celestiale e d’Amore cosmico. In tali momenti d’estasi, l’intuito e l’Intelligenza della Mente sono particolarmente pronti ad accogliere i messaggi più sublimi. Come affermavano gli Orfici, non vi è nulla di più indelebile, nella memoria, di ciò che si fissa e si comprende emotivamente, e che la ragione può solo organizzare. Dunque, il Gran Maestro, lentamente e con voce profonda, così continuò:

 

«Devi pur sapere che le stelle bruciano, con esplosioni nucleari continue. E sai che cos’è che brucia? L’Hidrogeno di cui sono costituite. Esplosioni di una violenza inaudita, la cui natura e conoscenza hanno causato tanti danni nella costellazione di Anubi. Tuttavia, la semplicità della formula della creazione supera ogni previsione. Gli uomini comuni s’immaginano che ciò che si manifesta in miriadi di forme debba per forza avere un’origine complessa. La strada è completamente sbagliata. Perciò, per altri tremila anni almeno, l’uomo non verrà a capo di nulla.

Unicamente il Simbolismo Harmonikale e l’Invarianza Frattale, che costituiscono la base delle nostre conoscenze iniziatiche, potranno dare un cospicuo contributo all’uomo del XX secolo. Ne discorreremo nei prossimi incontri. Sbrogliare il bandolo della matassa, quest’è il problema. Trovare il Filo d’Arianna. Ogni cosa è semplice, se l’uomo metterà pace fra i neuroni del suo cervello. Il labirinto della complessità è stato creato dalla stessa onnipotenza della Mente, non più supportata dall’Intelligenza del Cuore. Ci serve Harmonia, Caro Pitagora.

Dunque, non rammarichiamoci più di tanto per la stupidità che regnerà nel programma Mentale della macchina-uomo. Egli avrà tutte le possibilità di sviluppare la linea del Cuore. Molti iniziati gliela indicheranno. Se non ne terrà conto, l’unità carbonio sarà sostituita da altri organismi più consoni al sentimento cosmico, che arriva al cuore degli uomini mediante gli sciami di neutrini. Ma sono lo stesso addolorato. Troppo mi è caro il Robot umano, costruito dagli antenati dei Sumeri. Tuttavia, non divaghiamo più oltre. Non importa se alcune cose appaiono inspiegabili. Il percorso iniziatico è lento e tortuoso. Non solo il suo contenuto, bensì anche la forma mostra una via della conoscenza.

 

Ti dicevo, caro Greco… Nella nostra scrittura chimica ed alchemica l’idrogeno s’indica con la lettera H. È lo stesso simbolo, impiegato nella notazione letterale per la nota musicale, quella da te trovata, spostando il ponticello sui 2/3 della corda per ben 5 volte. In tal modo ottenesti la quinta potenza del Pentalfa-Uomo o Stella Fiammeggiante. Rammentalo sempre, caro Pitagora: in quest’antichissimo simbolo si cela il mistero dell’Harmonia Mundi.

Quella figura rappresenta un pentagono regolare, comprendente 4 sezioni auree al suo interno. Torneremo sull’argomento. Per adesso ammirane l’Harmonia della forma. Non a caso diverrà il simbolo della tua scuola italica e dei pitagorici. Su di esso giurerete la segretezza delle vostre somme conoscenze.

 

 

Fig. n° 4: Pentagono-Pentalfa

con le Sezioni Auree

 

Immagino che non ti sia stato rivelato nelle altre scuole. L’Hidrogeno è l’elemento più diffuso nel Cosmo. Tutto ciò che appare sulla Terra è derivato da esso, per sua scomposizione e combinazione. Il carbonio, di cui voi siete formati, contiene 6 protoni e 6 neutroni. Nella tavola periodica degli elementi chimici o alchemici, il carbonio occupa il 6° posto. Il carbonio 6 è pertanto in risonanza armonica con l’Hidrogeno. La stessa cosa accade nell’ambito delle vibrazioni sonore. È molto semplice. Cinque quinte sovrapposte sono formate da Sei suoni (do1 – sol2 – re3 – la4 – mi5 – si6). Il Pentalfa è l’aspetto manifesto del codice segreto dell’Uomo, il Sei. Tieni bene a mente questa cifra, Caro Greco. Voi siete la Sesta Frequenza dell’Idrogeno H.

Un suono non è mai un evento semplice, ma complesso. Sulla frequenza di base risuonano dei multipli e dei sottomultipli fonici, situati sia sopra sia sotto il suono di riferimento. Ripeto, ipertoni ed ipotoni, disposti sia superiormente sia inferiormente, giacché molti scientisti e teorici accademici del XX secolo d. C., specialmente di cultura italiana, negheranno a più riprese l’esistenza delle armoniche inferiori.

Sembra incredibile, ma sarà un problema più ideologico e religioso, che musicologico. Quegli scientisti di stato, insieme con i nuovi chierici, non vorranno ammettere l’esistenza del “basso”, degli inferi, della materia, delle tenebre. Eppure, voi umani siete quasi per il 90% predeterminati dalle tenebre ristoratrici e dall’ombra insondabile delle altre dimensioni.

E poi, non esiste l’alto senza il basso, non esiste la luce senza le tenebre, non esiste la “Cerca” senza la “Perdita”. Allora, Il Sesto multiplo è, qualitativamente, una quinta in alto o in basso. I sottomultipli, a loro volta, sono in perfetta simmetria con i multipli superiori. Per esempio, questi ultimi sono nell’ordine: do1 – do2 – sol3 – do4 – mi5 – sol6. Mentre, i sottomultipli sono do1 – do2 – fa3 – do4 – lab5 – fa6. Sicché, al Sei è legata la formula della creazione materiale, così come si è rivelata nella dimensione terrestre, attraverso gli elementi alchemici.

Purtuttavia, quello che volevo comunicarti, non consiste soltanto nei rapporti, nelle relazioni e nelle costanti numeriche. Molto più rilevante è la Concezione Harmonikale del Numero, altro che mania perversa della quantità e basta, tipica di tutti gli orrori del XX secolo dell’Èra Cristiana. Voglio dire che il Numero, oltre ad esprimere una quantità, ossia il suo ordito manifesto, nasconde una funzione mitica, religiosa, alchemica o scientifica.

Per tali motivi noi Egizi abbiamo sempre fatto molta differenza fra Intelligenza della Mente, ossia la capacità di far di conto o facoltà di enumerare da una parte, ed Intelligenza del Cuore, ovvero la possibilità di penetrare - con la forza dell’Intuizione - nell’intima trama dell’Universo e delle cose dall’altra.

Ebbene, gl’insegnamenti sacerdotali dei miei antenati hanno portato l’attenzione sul numero, in quanto ordinatore dell’universo e cocreatore di Vita organizzata. L’enumerazione non comprenderà mai l’interrelazione complessiva della Vita e della Natura. Dal canto suo, L’Intendimento o la Coscienza Intuitiva è una forza interiore che permette di Udire le Frequenze che conformano la Materia e lo Spirito, frequenze che si collocano al di fuori della nostra capacità auricolare. Cionondimeno esse ci avvolgono, come il campo elettromagnetico.

Gli iniziati hanno la capacità di percepire ciò che ai profani risulta invisibile. I Maestri odono le Harmonie che conferiscono ordine e bellezza a tutto il Mondo. Qualcuno degli iniziati ai misteri isiaci dirà: I ciechi vedranno ed i sordi udranno. In verità, il Cristo si riferirà allo stato d’Illuminazione, quando pronuncerà parole analoghe. E sai il motivo?

Non certo per una trasmissione atavica, ma perché anche il Galileo sarà iniziato ai Misteri d’Iside ed Osiride. E lo stato d’illuminazione riguarda proprio la sfera sentimentale, l’Amor e l’Intuito. Essi attengono al Campo Elettrodebole dell’Universo al quale apparteniamo. La Forza gravitazionale, in questa prospettiva, è Amore. La Luce è Amore. Proviamo a porci delle domande e capiremo, subito, ciò che attiene agli aspetti più naturali delle leggi cosmiche.

Ecco, che cosa tiene legata la Luna al Vostro Pianeta se non l’Amor? Che cosa, se non l’Amor, fa crescere le piante secondo precise vibrazioni harmonikali? Che cosa sostiene questa “Gran Machina”, se non le Leggi occulte del Numero?

 

I numeri sono dei Princìpi, non delle quantità. La triade non è perfetta perché equivalente ad 1 + 2, oppure ad 1 + 1 + 1. La triade rappresenta la perfezione triangolare, giacché tutto ciò che esiste è sotteso da elementi trinitari. La Luce bianca si compone di tre colori fondamentali: giallo, rosso e verde. L’Harmonia Musicale è rappresentata da tre suoni, dalla triade musicale, ossia dal primo, terzo e quinto grado di una scala. Se siamo in Do Maggiore, i suoni sono quelli sottolineati: do – re – mi – fa – sol – la – si – do. La Terza armonica di una frequenza base è la quinta, ma come vedremo, la Quinta è la misura dell’Uomo e dell’Universo. Ergo, il Tre è il principio unificatore. Per individuare una superficie abbiamo bisogno di tre punti. Questi tre punti costituiscono la prima forma comprensibile, ossia quella triangolare.

La Natura è apparentemente duale. Invero, tra due elementi che si oppongono, esiste un terzo che li unisce. Riferiamo alcuni esempi. La Luce visibile è l’elemento di congiunzione fra la sua dimensione ondulatoria e quella corpuscolare. L’anima collega il corpo e lo spirito. Il messaggio costituisce l’interfaccia tra forma ed informazione.

Allo stesso modo, l’elemento liquido mostra l’anello di congiunzione tra l’aspetto aeriforme e quello solido. Il Nucleo è formato da protoni e neutroni, intorno al quale ruotano gli elettroni. Tutti e tre rappresentano la struttura intima di ogni cosa. Il Protone, a sua volta, si compone di tre particelle, che sono dette quark. Una forza particolare, miliardi di volte più efficace e più possente di quelle da noi conosciute, tiene insieme quelle microparticelle. È la colla gluonica subnucleare che fa aderire i quark all’interno del protone. E pensa, Caro Greco, la forza con la quale codeste particelle si attraggono è inversamente proporzionale al quadrato della distanza tra le cariche elettriche. La legge del quadrato è di tipo universale, come anche la triade è alla base della creazione.

La Funzione del Numero, considerata nella sua trama nascosta, rappresenta l’ineluttabilità della Formula originaria. Perché mai un numero, moltiplicato per se stesso, per quante volte sono le unità che lo compongono, genera sempre il quadrato? E perché il suo complementare, vale a dire la radice quadra, riguarderà la dimensione temporale di ciò che si osserva?

Perché la velocità d’oscillazione di un pendolo equivale alla radice quadrata della lunghezza del pendolo? Perché due masse celesti si attraggono con una forza indirettamente proporzionale al quadrato della loro distanza?

Come mai la forza centrifuga cresce con il quadrato della velocità di rotazione? Come mai l’energia equivale alla massa, moltiplicata per il quadrato della velocità della luce? Alludo alla formula dell’Invarianza energetica di Einstein, eccellente fisico e sublime teosofo del XX secolo d. C. Diverrà famosa quella formula E = mc2.

Evidentemente vi sono, nelle Leggi Universali, delle costanti ineludibili e i numeri ne sono la manifestazione immanente.

Il Numero esprime una funzione, una Forma, un’Entità. Il Numero rappresenta il principio organizzatore del Cosmo. È la sua trama nascosta, il linguaggio originario degli Dèi. Intendo l’Harmonia del Creato, la ricongiunzione androgina dei contrari, la riunione delle due calotte del cervello umano.

Si ricostituirà così la purezza della formula primordiale, l’Uno. Ma il percorso prevede tre vie: Tesi, Antitesi e Sintesi; Inferno, Purgatorio e Paradiso; Corpo, Anima e Spirito; Maschio, Femmina e Androgino; Iside, Osiride e Horus; Padre, Figlio e Spirito Santo; Shiva (Distruttore), Vishnu (Costruttore) e Brahma (Assoluto); Marte, Venere e Harmonia; Ade, Poseidone e Zeus; Eros, Tartaro e Gaia; Frigg, Odino e Thor… Allora, Materia ed Antimateria torneranno alla semplicità della RAM cosmica originaria. Ma quel percorso è la via maestra degli iniziati.

D’altro canto, gli uomini che sanno adoperare soltanto la logica e non l’Amor che ci giunge dagli sciami di neutrini, gli uomini che sanno solamente far di conto, ma non hanno alcuna capacità d’intendere l’intima trama della Vita; gli uomini che sanno unicamente computare le quantità numeriche ma non comprendono l’interrelazione totale dell’Essere; quegli uomini sono destinati a perire per sempre, vittime inevitabili del loro stesso conteggiare a vuoto.

La quantità senza qualità genera un campo diabolico di sola miseria. I ciechi e i sordi saranno schiavi della misura. Essi vivranno in un abisso ad una dimensione, quello delle apparenze. Un vero e proprio sistema gluonico infernale. In esso, l’uomo è schiacciato come un insetto e l’anima è prigioniera del corpo. Chi ha l’orecchio dello spirito, va ben oltre le apparenze fallaci della materia. I miti della tua gloriosa patria, Caro Greco, lo racconteranno con gran naturalezza: Perciò, Orfeo va nella Terra Straniera dov’è la sua Dolce Euridice e ricostituisce la propria androginia, l’Unità.

I miti s’esprimono per simboli. Il simbolo è la metà manifesta di un significato esoterico. Il viaggio d’Orfeo non è nient’altro che un salto in sistemi di pensiero paralleli, attraverso labirinti antigravitazionali. In quei percorsi graalici, il mondo sensibile perde la sua forma virtuale a tre dimensioni. L’Ombra chiarificatrice l’invade e lo illumina. E ciò che era piatto diviene polidimensionale.

In effetti, Orf significa oscuro, ossia colui che - in questo mondo a noi estraneo - aspira alla morte, per riunirsi allo spirito. Per la qual cosa Orfeo canta. Ma il canto rende auscultabili le Harmonie degli altri mondi. La voce è in risonanza con gli universi paralleli. Il canto è il simbolo di colui che ha compreso l’essenza vibratoria del Cosmo.

Per lo stesso motivo, Ulisse vuole udire il Canto delle Sirene. I Celti parleranno di musica sotto le acque o di Terra ove tramonta il Sole. È il Fuoco dell’Oriente che deve riunirsi all’Acqua dell’Occidente. Evitiamo, però, l’errore di Teseo. Non abbandoniamo Arianna nell’Isola Deserta, dove Dioniso, il Dio dell’Intelligenza del Cuore e del Sentimento, la farà sua sposa. Conduciamola con noi, eliminiamo ansie, dubbi e sofferenze, e ricordiamoci d’issare le Vele Bianche. Nostro Padre ci attende impaziente. Nostro compito è quello di Sedere alla Sua destra. Cerchiamo di comprendere il significato di questa espressione.

Devi pur sapere, Caro Pitagora, che le microparticelle ruotano con i loro Spin energetici in maniera caotica. Tra l’altro, la forza centrifuga, alla quale essi sono sottoposti, è femminile, mentre quella centripeta è maschile. Se invece si riesce a far ruotare gli Spin, tutti verso destra, la nostra energia aumenta del trenta per cento. Il risultato sarà ciò che erroneamente si chiama la “risurrezione del corpo”, mediante Spin ruotanti secondo dei Quark 3/2. E tali Spin sono le Quinte cantanti, simbolo dell’energia umana. E sai perché, Caro Greco? Perché, allineando tutti i movimenti di un unico campo, si ha la Resurrezione dell’Anima e - pertanto - la sparizione dei corpi e la Riunione con lo Spirito.

 

Una lunga pausa contraddistinse questi elevati momenti di riflessione. Poi il Gran Sacerdote continuò…

 

Si parlava dell’Hidrogeno. Ebbene l’Hidrogeno, Caro Pitagora, è l’elemento preponderante nel Cosmo. È il solo - infatti - costituito da un semplice protone e da un elettrone. Sommiamo le cifre componenti la formula originaria 1,053. Il risultato è nove (1 + 0 + 5 + 3 = 9).

Perciò i Teosofi diranno che 9 è il numero della manifestazione sensibile. 1,053 sta pertanto a significare che tutto derivò dall’Uno-H, che poi divenne 2-3-4-5-6…9 X 9 = 81, e così di seguito. Chi non semplifica non verrà mai a capo di nulla. La complessità è sempre indice di un’errata ipotesi di base, oppure di qualcosa che è stato omesso fin dall’inizio.

La realtà è elementare, Caro Greco. Alla semplicità del vero, si perviene solo attraverso la conoscenza globale, quella che fa uso dell’intelligenza del cuore, dell’amore, oltre che dell’intelligenza della ragione o del calcolo puramente quantitativo. La funzione qualitativa del numero impone dei legami con ogni cosa del micro e del macrocosmo. Bisogna prima trovare i rapporti ricorrenti nell’Intero mondo visibile ed invisibile.

 

Torniamo, però, a porre la nostra attenzione al semitono musicale, alla “sensibile” H = 256/243.

La costante 256/243 esprime, pertanto, l’Harmonia fra la nostra costellazione di Anubi e la vostra del Carro Solare. Caro Pitagora, come tu stesso spiegherai ai tuoi discepoli di Crotone, l’Universo è un Grand’Organismo e l’Harmonia delle Sfere è presente e Risuona in ogni fluire della Vita. Ascolta, com’è immediata la conformazione della dimensione nella quale viviamo. Ogni cosa deriva dall’Hidrogeno!

Lo scientista ed il mentalista del III Millennio saranno sviati dalla selva dei loro neuroni impazziti. Essi sono i veri demoni. Per orgoglio penseranno perlopiù a dividere, invece di ricongiungersi alla semplicità della Natura. Harmonia significa riunione dei contrari.

I veri elementi stabili e solidi che formano la trasmissione sensibile, nel nostro mondo, sono “solo” 81. E 8 + 1 = 9. Non facciamoci ingannare dagli elementi gassosi ed instabili. Ve ne sono ben dieci, mentre 23 sono stati creati in laboratorio dall’unità carbonio. Quanta facilità nel dimenticare. Ai 114, indicati dai libri scolastici del XX secolo (epoca volgare), bisogna perciò sottrarne 33. Ricordiamoci pure della loro somma teosofica: 1 + 1 + 4 = 6; 3 + 3 = 6; 8 + 1 = 9. Puranche da questo punto di vista, la tua Scala Musicale, Caro Greco, mostra delle corrispondenze sorprendenti con alcune costanti cosmiche. Tu hai trovato l’Harmonia dell’Ottava Musicale (2) che diviene 3 (Quinta 3/2) più Quarta (4/3). Ogni cosa deriva dall’Uno, che si trasfonde nella Tetraktys:

 

 

1       :        2       :        3       :        4

 

 

Per la qualcosa, proprio tu, Maestro Pitagora, dirai: “Procedi da uno fino al numero quattro ed otterrai il dieci, matrice originaria di tutte le cose”. Il Dieci è, non a caso, un altro simbolo universale. Esso indica la divisione dell’Uovo Cosmico per mezzo del Big Bang originario, il Grande Scoppio.

Circa 2100 anni dopo la nostra epoca, un tuo allievo ideale troverà l’Harmonia della Quinta e la scomporrà in Terza Maggiore (5/4) più Terza Minore (6/5), sfruttando l’equivalenza algebrica fra 2/3 e 4/6. Questo per non avere valori decimali, come risultato della divisione. Se, infatti, (2 + 3) : 2 = 5/2 = 2,5; dal canto suo (4 + 6) : 2 = 10/2 = 5. Schematizziamolo per maggiore chiarezza:

 

 

2                                    :                                     3

 

4                                    :                                     6

 

4                 :                  5                 :                  6

 

 

Alludo ad uno dei musici più geniali del glorioso Rinascimento italiano, Gioseffo Zarlino, organista della Repubblica Veneta. Egli ti nominerà spesso nel suo trattato, come maestro ideale, chiamandoti “Lo mio Maestro Pitagora”. Per la frazione Harmonikale 5/4, sull’onda del recupero della cultura greca, egli si ricorderà di uno dei tuoi discendenti prediletti, Archita di Taranto. Nella città italica della Magna Grecia, Archita propagherà il tuo pensiero fra circa centocinquant’anni, a cavallo del V e del IV secolo a. C.

Dal canto suo, lo stesso musico veneto troverà la riunione dei contrari della Terza Maggiore (5/4), scomponendola in 9/8 e 10/9, il Tono Grande ed il Tono Piccolo (9/8 X 10/9 = 10/8 = 5/4). Ne conseguirà una differenza minima, un piccolo resto o - come lo denominate voi greci - comma fra 9/10 e 9/8, equivalente a 81/80. Un’altra costante, alla quale faremo alcuni rimandi più avanti.

Con questo, non voglio dire che nella tua scala non vi sia unità, tutt’altro, Caro Greco. Lo è, però, nel senso orizzontale della successione melodica, ma non nel senso verticale della sovrapposizione accordale dei suoni. Il problema, però, nel XVI secolo dell’èra volgare, consisterà nello spiegare - nella teoria - l’equilibrio delle Harmonie maggiore e minore. E sì, poiché l’accordo non avrebbe avuto alcuna stabilità con terze larghe e semitoni stretti. L’avrà - invece - restringendo di un po’ la terza maggiore, e di conseguenza allargando, della stessa misura, il semitono successivo: do – re ¬ mi « fa.

 

La soluzione consisterà, pertanto, nell’accordare la terza maggiore, secondo il rapporto 5/4 e non più in base alla relazione pitagorica 81/64, appena più grande. Lo ripeto: Harmonia vuol dire riunione dei contrari. Se nel moto dei pianeti, l’equilibrio è dato dall’opposizione accordale tra la forza cinetica e quella gravitazionale, qui l’equilibrio s’instaura fra due toni di diversa grandezza. Vediamo di chiarirne il significato, ricordando alcuni passaggi aritmetici.

Da una parte, intoniamo una terza maggiore 5/4 a partire dal do. Dall’altra sovrapponiamo, invece, 4 intervalli di quinta 3/2 (do1 – sol1 – re2 – la2– mi3). Calcoliamone il risultato e vedremo che questo supererà, di circa un nono di tono, la terza maggiore 5/4 (do – mi). In un caso avremo (3/2)4 X ¼ = 81/64. Nell’altro, invece, 80/64, se riduciamo la frazione al minimo comune multiplo (5/4 = 80/64). Abbiamo moltiplicato l’intervallo di quinta 3/2 X ¼, al fine di ricondurre do1 - mi3 nell’ambito della stessa classe d’ottava do1 – mi1. La differenza aritmetica sarà equivalente ad 1/64, ossia 81/64 – 80/64. In base al calcolo logaritmico, invece, (ne parleremo tra poco) avremo il rapporto 80/81, giacché 80/64 X 64/81 = 80/81.

Pongo ancora l’accento, per questioni di simbolismo numerico, sul 9 quale trama nascosta di siffatte operazioni. Il procedimento, che porterà Zarlino a simili conclusioni, è sempre quello del medio aritmetico. Dividere la terza maggiore in due parti, secondo i canoni della natura, significa calcolarne la parte quasi intermedia, che invero rappresenta il complementare della Sectio Aurea. Lo spiegheremo meglio nei prossimi incontri, Caro Pitagora. Tale quantità equivale ad un punto quasi centrale, compreso all’interno della terza maggiore. Tale punto mediano, come abbiamo già fatto prima, è più facilmente calcolabile, se moltiplichiamo la frazione iniziale per due, per poi trovarne “la medietà aritmetica”, corrispondente a 9:

 

 

                   4                          :                           5

 

                   8                          :                           10

 

                   8       :                  9       :                  10

 

 

Per maggiore comprensibilità dell’argomento, sarà bene richiamare alla memoria alcune nozioni elementari di fisiologia dell’orecchio.

Alla fine del nostro apparato uditivo vi è una sorta di chiocciolina a forma di nautilus. Essa è arrotolata a spirale. Caro Greco, abbiamo anche provato a rimuoverla dai cadaveri. Se svolta, essa misura circa 3,5 centimetri. Quella sua forma particolare ricalca una proporzione particolare, che ha marchiato a fuoco l’intera civiltà umana in ogni suo aspetto. Intendo la Sezione Aurea, che si ripete in maniera molteplice dalle porzioni più piccole alle più grandi della coclea.

Tanto per intenderci meglio, puntualizziamo che un raggio intermedio, fra due equidistanti, si trova nella Proportio Aurea rispetto al precedente ed al successivo. Vediamo di dirlo diversamente. A parità di angolo percorso, dal centro verso l’esterno della curva logaritmica o nautilus, ogni raggio si costituisce Numero Divino di quello antecedente e del raggio conseguente.

Con riferimento alla figura successiva si ha che A : B = B : C. Stiamo dicendo che la proporzione fra ciò che sta prima e ciò che viene dopo rimane costante. Non è solo una questione di spazio, ma anche di tempo. A parità di tempo-angolare, si ha un incremento proporzionale del raggio e della spirale percorsa, del tipo 1/Y. In altri termini, tempo e spazio sono armonicamente uniti dalla Proporzione Divina. Se Y, o Rapporto Aureo equivale ad 1,618…, C/B = B/A = 1,618.

Un intero incontro sarà dedicato alla Sectio Aurea, Caro Greco. Numerosi riferimenti, faremo nel corso dei nostri studi a quella proporzione, tanto importante nei tempi arcaico-sacerdotali, quanto trascurata nel XX secolo d. C.

 

Musica ad Figuram

Il Fonocromatismo fra Storia

Teoria ed Arte

Corrispodenze tra 264 suoni e 264 colori

ed. Museo d’Arte Immanente - Arquata del Tronto (AP)

 

cap. 2. HARMONIA DI SUONI E COLORI

TRA SCIENZA ed esoterismo[1]

 

                par. 1. Pitagora ed il Simbolismo Harmonikale

 

                È ben strana la cosiddetta “scienza ufficiale” del XX secolo. Da una parte alza il tono della voce, gridando ai quattro vènti: “La depositaria della verità sono soltanto Io”. Dall’altra occulta le verità di ieri, sbraitando ancor più forte le supposte convinzioni affatto razionalizzanti e meccanicistiche di un Pitagora di Samo, di un Keplero, Newton, Einstein, Heisenberg e - forse tra non molto - persino di un Frjtiof Capra, nonostante che la sua pubblicazione Il Tao della Fisica non lasci alcun dubbio circa le convinzioni mistiche ed esoteriche dello scienziato americano. È ben strano, eppure a scuola ci avevano insegnato che la scienza è quella branca del sapere che delimita un’ipotesi, espone una tesi, fornendo al riguardo tutte le dimostrazioni possibili e tutti gli elementi, affinché ognuno - col dovuto rigore - possa dimostrare il contrario dell’assunto originario. Ma com’è mai possibile dimostrare e scoprire altri mondi, se questi sono accuratamente occultati dai cosiddetti Scienziati di Stato, e dai loro libri di testo che vanno per la maggiore?

                Ancora una volta la Ragione soffia dai vènti tibetani: “Le verità di oggi saranno le menzogne di domani”. Epperò, essa appartiene anche ai saggi come Erasmo da Rotterdam: “Chi riesca a ficcare lo sguardo ben addentro nella vera natura delle cose, scoprirà che nessuno è più lontano dalla vera sapienza di coloro che nei titoli altisonanti, nei berretti eruditi, nelle cinture luccicanti, negli anelli ingemmati, esibiscono le insegne della sapienza perfetta”[2]. Vediamo allora come tutto possa essere travisato.

                I “libri di testo” narrano che Pitagora prese una corda di budello, la tese legandola a due piroli posti su una cassa di risonanza (Monocordo), la divise virtualmente, creando un nodo con un ponticello mobile che scorreva sotto la corda stessa e... A questo punto avrebbe detto pressappoco così: “La corda metà emette un suono che si situa all’ottava superiore, rispetto all’intera corda”. Analogo procedimento per individuare l’intervallo di quinta (un terzo della corda) e di quarta (un quarto della corda). Allora mi sorsero, però, molti dubbi. L’immagine, che emergeva da codesta descrizione dell’operare del Gran Saggio greco, era più attinente ad un fabbro ferraio, o tutt’al più ad un costruttore di cordofoni, piuttosto che ad uno dei maggiori filosofi, esoteristi, mistici e matematici che l’occidente e l’oriente (dove aveva studiato) avessero mai partorito! Molte cose non quadravano.

                Per fortuna, sapevo - dalle mie precedenti letture - che la Musica costituiva l’ultimo stadio della conoscenza iniziatica. Essa racchiude in sé i rapporti fondamentali che formano ogni cosa visibile ed invisibile, animata ed inanimata. Pitagora s’esprimeva così con i suoi discepoli nella scuola di Crotone:

 

                Conoscerai pure, per quanto è consentito, che la natura è simile in ogni sua parte”.

 

                Proprio il Monocordo[3] - per strano che possa sembrare - ebbe il ruolo di strumento atto a dimostrare dei concetti metaforici, simbolici e spirituali circa l’analogia dell’Universo. Tutto ciò che ci circonda vibra, secondo la sua particolare conformazione spirituale e materiale. Ebbene, sì, in quanto la non vibrazione equivale alla morte. Oltretutto, le relazioni armoniche tra i suoni ricalcano progressioni numeriche, i cui rapporti sono analoghi sia ai processi di ramificazione di un albero, sia al sistema di deposito dei cristalli, vuoi ai livelli di sviluppo di un feto, come pure alle distanze medie fra i pianeti (Keplero), alla legge della gravitazione universale (Newton), alla teoria della relatività (Einstein), al principio d’indeterminazione (Heisenberg) - ed infine, ma non ultimo - al moto delle microparticelle (Capra). Il Gran Maestro aveva perciò voluto lasciarci in eredità qualcosa di molto più profondo di un trattato sulla costruzione degli strumenti a corda. Ma che cosa?

                Innanzitutto la critica moderna più avveduta è concorde nel rintracciare i fondamenti matematici e musicali di Pitagora in Mesopotamia, presso i Sumeri e gli Assiro-Babilonesi; spesso si menzionano anche le influenze dirette della Filosofia egizia, indiana e cinese. Ancora una volta linee di pensiero altamente iniziatico ed esoterico, ossia per pochi, per coloro che possedevano la preparazione adeguata per non abusare di simili conoscenze, che schiudono le formule della creazione, della divisione dell’atomo e della distruzione totale.

                In secondo luogo è bene riflettere sul seguente frammento pitagorico riportato da Aristotele: “L’ARMONIA È L’UNIONE DELLE COSE PIÙ VARIEGATE E L’ACCORDO INTONATO DI ELEMENTI DISPARATI. ESSA È SCATURITA INTERAMENTE DALL’OPPOSIZIONE DEI CONTRARI”[4], laddove i contrari (a coppie) sono i quattro elementi: “Acqua, Fuoco, Terra, Aria”. A siffatti quattro elementi il filosofo di Samo abbinò i primi quattro numeri: “1, 2, 3, 4”, secondo il suo ben noto principio:

 

                I numeri sono le sole reali energie viventi in questo pianeta, mentre tutto il resto non è che la loro ombra”.

 

                La sua intuizione può essere stata la seguente: I Quattro Elementi formano tutto il Microcosmo ed il Macrocosmo; allora la Musica, giacché fu sempre collegata, nelle civiltà auree, al mistero delle origini dell’Uomo e del Cosmo, deve rispettare proporzioni analoghe a quelle quattro componenti fondamentali. Di qui la scala pitagorica che si basa - essenzialmente - sui rapporti 1/2, 2/3, 3/4. Ma la sua non fu soltanto un’intuizione, bensì il lascito sapienziale di civiltà arcaiche, molto più progredite della nostra, subissata da tutto il suo scientismo di parte e dalla vuotezza dell’esser piena di sé. Proprio la scuola pitagorica stabilì una stretta correlazione fra numeri e suoni, fra lunghezza delle corde e rapporti numerici, per dimostrare che le leggi della natura sono universali, assolute ed eterne. Nel Manoscritto Gregory n° 247 della “Royal Society”, con riferimento ai pesi attaccati alle corde da parte di Pitagora, Newton, confermando Macrobio, annota: “(...) paragonando i pesi alle masse dei Pianeti e le lunghezze delle corde alle loro distanze, [Pitagora] intese attraverso l’armonia delle celesti sfere che le attrazioni dei Pianeti verso il Sole erano reciprocamente come i quadrati delle loro distanze dal Sole”[5]. Ancor più rafforzativa è la testimonianza del più alacre discepolo di Newton, Maclaurin: “Una corda musicale dà le stesse note di una corda di doppia lunghezza, allorché la tensione o forza con cui la seconda è tesa è quadrupla: e la gravità di un pianeta è quadrupla della gravità di un pianeta a distanza doppia”[6].

                A proposito dell’interrelazione globale di tutto ciò ch’esiste nel micro e nel macrofisico, Peter Ouspensky si domanda nel suo testo Un nuovo modello dell’Universo: “In realtà, cosa tiene insieme tutte queste particelle rotanti o aggregazioni di materia? Perché i pianeti del sistema solare non si disperdono in direzioni diverse? (...) Perché gli elettroni rimangono legati l’uno all’altro, costituendo in questo modo un atomo?”[7]. Una parte della scienza contemporanea più lungimirante considera che, come nella mente umana, anche nella materia del micro e del macrouniverso ci dev’essere - perciò - una sorta di sistema autoregolarizzantesi (“forma” di coscienza insita in ogni cosa). In tal senso la coscienza assume i tratti di ciò che deve trascendere i vecchi princìpi meccanicistici ed evoluzionistici, che si applicavano in passato in maniera riduzionistica. Soltanto così si potrà comprendere il mondo della materia e dello spirito in quanto ecosistema intelligente. Il nuovo paradigma dell’universo, di tipo integrale, tende quindi a considerare olisticamente[8] ogni sistema dal punto di vista dell’autoadattamento verso forme più elaborate. Le domande più ovvie che tale paradigma pone sono pertanto le seguenti.

                Che cos’è che spinge i mucchietti di atomi ad organizzarsi in organi di senso ed a “filosofeggiare”? Che cos’è che intrappola una gocciola d’acqua in un vortice e la costringe a cooperare? Nella musica che cos’è che tiene insieme gli oggetti echeggianti e gli dà senso universale nei grandi capolavori? Che cos’è che autoregola il sistema dei diversi organismi musicali, nonché delle molteplici conformazioni coloristiche? Perché, dalle civiltà più arcaiche ad oggi, le menti più avvedute si sono sempre interrogate sulle corrispondenze che senz’altro esistono fra suono e colore, ma che la ragione scientifica non riesce a comprendere? E perché mai ciò che si ricava dall’osservazione di alcuni fenomeni originari è poi applicabile a moltissime altre manifestazioni fisiche diverse, oppure ad altri sistemi di riferimento?

                Ebbene, le serie numeriche, derivanti dal Monocordo, evidenziano le interrelazioni globali, presenti negl’innumerevoli campi dello scibile umano. I Diagrammi Harmonikali, desunti da quelle corrispondenze numeriche, mostrano le profonde connessioni tra i vari processi naturali quali, per esempio, la percezione uditiva e visiva, altrimenti detta “audizione visiva” oppure “visione uditiva”, di cui parleremo più avanti.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Hanno Scritto ed hanno detto di

 

            Musica ad Figuram, Arquata del Tronto (AP), Museo

 

            

            d’Arte Immanente ed., 2000

 

 

«Il lavoro che presentiamo (...) possiede

una piena e autosufficiente eloquenza.

Questa qualità deriva, ad un tempo,

dall’illuminato e illuminante coraggio degli autori

che affrontano e (inaudito!) motivano senza reticenze, con dovizia di argomentazioni, una realtà evitata con fastidio dai poteri culturali in carica, e dall’oggetto stesso

del libro, inaccessibile a chi ne abbia una conoscenza approssimativa e generica, e tale che chi lo tratti non può averlo penetrato a fondo. Ciò è tanto più importante, e dà importanza a questo libro, poiché le premesse intellettuali di “pensiero forte” che ne sono alla radice, insieme con una ricerca che gli autori stanno svolgendo instancabilmente da anni, sono state giudicate culturalmente scorrettissime dal pensiero-guida che ha dominato le ultime generazioni. Stiamo parlando del pensiero-guida “illuministico” nelle dichiarazioni e autoritario nella condotta. (...)

Ne è nato un vero opus filosofico e scientifico: un libro tanto pionieristico da un lato, quanto fondante e sistematico dall’altro. (...) Di Benedetto ci offre il discorso metafisico-simbolico, attraverso le corrispondenze e le analogie tra suono, colore, forma, numero, cosmo: una sintesi straordinaria in sé e soprattutto nella fase storica che sta per concludersi sotto il segno di una “serietà” scientifica incline alla specializzazione perversa. È la sintesi di alcuni migliaia d’anni di pensiero tradizionale, esoterico e interculturale, poiché le grandi corrispondances dall’orizzonte universale sono presenti in tutte le maggiori civiltà del pianeta, e, per esempio, la connessione tra suoni, colori, sapori, giorni della settimana, astri, ordini della gerarchia sociale, appartiene alla tradizione induistica, a quella cinese classica e a quella pitagorica, platonica e neoplatonica. (...) Un libro come questo, sia per l’oggetto sia per la maniera di trattarlo, può suscitare irritazione in chi preferirebbe poter dire falsa questa mirabile complessità di energie naturali, anziché dovere riconoscere che essa è scientificamente impeccabile, ardua, irta di operazioni scientifiche in senso stretto, e che tuttavia altri, per altre vie che non siano le loro, l’hanno condotta a termine».

Quirino Principe, Docente di Musicologia presso il Conservatorio di Milano

dalla “Prefazione all’opera”

 

 

 

                                                               Nello studio Di Benedetto sviluppa, insieme ad Albani e                                        

Pierpaoli il problema delle sinestesie, della multimedialità e dell’interrelazione globale di tutto ciò che ci circonda e che vibra secondo leggi frattali costanti. Qui Di Benedetto si ricollega alla fisica e all’astronomia contemporanea, evidenziando come le stesse leggi muovono il suono, il colore, la luce, la musica, gli astri. Una ricognizione sul Simbolismo Harmonikale dall’antico Egitto a oggi rende il testo particolarmente avvincente. Di Benedetto appunta in un passo del suo intervento dal titolo HARMONIA DI SUONI E COLORI TRA SCIENZA ed esoterismo: «Alle stesse leggi di preformazione fonica si sono ‘piegati’ i canali semicircolari dell’orecchio. Essi sono infatti disposti - nelle tre direzioni spaziali - a forma ritorta, al pari delle parabole sonore riguardanti la serie infinita delle sovrarmoniche e delle sottoarmoniche di un suono. Perciostesso, simili canali risultano organi dell’equilibrio e d’orientamento spaziale, tant’è che ancor più strette appaiono al riguardo le leggi d’interrelazione globale fra vista ed udito. Forse a questo punto, non sembrerà più affatto strano, nemmeno agli scientisti puri, la poetica di ricercare una legge più intima di destrutturazione trasversale dei codici tradizionali, vuoi pittorici, vuoi musicali, per comprenderne le corrispondenze. Proprio l’intelligenza del cuore e l’intuito artistico possono cooperare in maniera oltremodo esaustiva, nella ‘Musica ad Figuram’, affinché tali omotetie ed autosomiglianze frattali delle parti più piccole rispetto al tutto e viceversa, acquisiscano i connotati della comunicazione immaginale (quella che scaturisce dall’intuito), o quantomeno immaginifica.

                Goethe espresse tutto questo teorizzare della mente con un distico meraviglioso, andando al cuore della questione:

 

‘Se non fossero solari gli occhi

come potremmo scorgere la luce?’.

 

                Al quale noi aggiungiamo: ‘Se non fossero musicali gli orecchi, come potremmo udire i suoni?’. Ebbene sì, dallo studio sempre più accurato delle conformazioni dell’orecchio medio ed interno, emerge che esse sono state preformate, ingenerate e modellate, sinanche nelle parti minime, dalle caratteristiche degli oggetti fonici da percepire. Il suono, quale goccia universale, ha scavato l’incavo dell’udito. Le energie della materia hanno prodotto i sensi. Il suono ha configurato l’orecchio. Perciò è necessario studiare l’udito per conoscere gli oggetti fonici, mentre comprendere la luce significa indagare l’intima costituzione dell’occhio».

 

 

 



[1] Da: Musica ad Figuram - Il Fonocromatismo fra Storia, Teoria ed Arte, ed. Museo d’Arte Immanente.

[2] Erasmo da Rotterdam, “I Sileni di Alcibiade”, in: Adagia. Sei saggi politici in forma di proverbi, S. Seidel Menchi (a cura di), Torino, 1980, 71.

[3] Il monocordo è uno strumento dotato di una cassa di risonanza rettangolare. Su di essa corre una corda tesa fra un cavalletto da una parte ed una piccola carrucola dall’altra. Questa permette di applicare dei pesi alla corda e di ricavarne l’intonazione. Sulla cassa di risonanza si annotavano, in cifre, i rapporti di suddivisione della corda, sulla quale si agiva mediante un ponticello mobile, che causava dei nodi, ovvero delle suddivisioni virtuali. Tali suddivisioni permettevano pertanto di studiare le frazioni numeriche corrispondenti alle parti di corda vibranti. In tal modo fu possibile a Pitagora costruire scientificamente la scala che è nota sotto il suo nome. Essa si basa sui rapporti preferenziali di quinta giusta = 2/3, e di quarta = 3/4, oltreché di tono (9/8) e di semitono (243/256). Denominato monocordo a partire dal II sec. dopo Cristo, Boezio ne attribuisce l’invenzione a Pitagora (VI sec. a. C.), anche se - più probabilmente - il filosofo greco lo importò dall’Egitto. (Cfr.: A. Di Benedetto, Analisi Musicale - Introduzione alle funzioni dell’Armonia, Milano, Carisch, 1994, 149-52 e 201).

[4] Aristotele, Metafisica, I, 312.

[5] Cit. in: J. E. McGuire e P. M. Rattansi, “Newton e la ‘Siringa di Pan’”, in: AA. VV., La musica nella Rivoluzione Scientifica del Seicento, (P. Gozza, a cura di), Bologna, il Mulino, 1989, 83.

[6] C. Maclaurin, An Account of Sir Isaac Newton’s Philosophical Discoveries, London, 1750, 34. Cit.: Ibidem.

[7] P. Ouspensky, Un nuovo modello dell’Universo, Roma, Mediterranee, 1991, 399.

[8] Dal greco Hólos = tutto intero. L’olismo è quindi una nuova visione del mondo tendente a supportare la tesi dell’esistenza di un “tutto”, indipendente dalle sue parti ed irriducibile alla loro somma, visione che sta viepiù investendo ogni campo del sapere: la matematica, la scienza fisica, la medicina, l’economia, l’ecologia, l’alimentazione e l’arte.

                “Oggi viviamo in un mondo che ha interconnessioni a livello globale, in cui i fenomeni biologici, psicologici, sociali e ambientali sono tutti interdipendenti. Per descrivere in modo appropriato questo mondo, abbiamo bisogno di una prospettiva ecologica che la concezione del mondo cartesiana non è in grado di offrire” (v.: F. Capra, Il punto di svolta, Milano, Feltrinelli, 1991, 16).